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In barca senza timone
News/04/Mal_di_mare_p.jpg Un'istruttrice controlla i ragazzi durante una lezione
Scuola di vela
In barca senza timone

Le nuove tecniche di insegnamento della vela, affondano le loro radici nella pedagogia

I ragazzi salgono a bordo delle derive, è la loro prima volta in barca, e non si accorgono che manca qualche cosa di molto importante. Manca l’anello di congiunzione tra barca e uomo, il mezzo che permette all’essere pensante di trasformare il pensiero in azione e dare una direzione alla sua barca: manca il timone.

Siamo al Mal di Mare, una scuola di vela molto nota collocata a nord di Roma, dove i giovani alla loro prima uscita in barca formano un equipaggio autonomo su barche senza timone.

“Il fatto di trovarsi su di una barca senza timone - ci dice Mauro Pandimiglio, il pedagogo responsabile della struttura – fa sì che l’allievo impegnando il proprio sistema psicofisico per avanzare sul mare impari a conoscere la barca più a fondo. Gli allievi provano e riprovano mentre gli istruttori intorno a loro sui gommoni, li seguono e li incoraggiano. In breve i giovani capiscono che spostandosi da una parte o dall’altra la barca sbanda leggermente e gira dalla parte opposta a dove si trova il maggior peso; più tardi osservano che toccando una vela, cazzandola o lascandola, la barca avanza e, volendo, cambia direzione. In questo modo - continua Pandimiglio - si abbandona un apprendimento per gradi e per argomenti propedeutici, si entra in un processo globale che mette insieme allievo, barca, mare e naturalmente il vento. I ragazzi con questo nuovo metodo entrano subito in una sintonia olistica con la barca."

Mal di Mare è una scuola particolare e qui l’insegnare ad andare a vela è uno degli scopi finali, ma non il solo. Pandimiglio, già ideatore di Handy Cup e da sempre molto attivo nel mondo della vela solidale, è un pedagogo intento a dimostrare come la barca a vela sia uno strumento eccellente per apprendere ad apprendere.

“Portare la barca senza timone fa sì che i ragazzi debbano ragionare sulle proprie competenze psicofisiche, elaborarle e trarne un insegnamento. Agli Istruttori spetta il compito di “restituire” agli allievi il cambiamento conseguito dopo ogni apprendimento efficace. Questo allena il navigare di ogni allievo alla globalità delle proprie competenze ed alle relazioni nel gruppo, una cosa che tra i banchi di scuola sarà loro utilissima.”

14/apr/2014

Zattera

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