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Tenta la traversata atlantica con un SUP, ma viene salvato dopo poche ore
Nicolas Jarossay
Tenta la traversata atlantica con un SUP, ma viene salvato dopo poche ore

L’avventura di Nicolas Jarossay, al suo secondo tentativo, dura poche ore

Atlantico – Le imprese degli atleti che vogliono emergere sono sempre più estreme perché quasi tutto è stato fatto. Una di queste è sicuramente quella che ha voluto tentare Nicolas Jarossay, un vigile del fuoco francese di 38 anni che domenica scorsa è partito da Capo Verde per tentare la traversata dell’Atlantico remando in piedi su di una paddle board modificata (chiamato anche in acronimo SUP ) senza assistenza.

Il tentativo, il secondo del giovane pompiere francese, è letteralmente naufragato qualche ora dopo, quando ,nella notte, tra domenica e lunedì il suo paddle board si è capovolto mandandolo a bagno.

L’uomo è stato recuperato in buone condizioni ed è stato portato in ospedale per accertamenti giusto il tempo di determinare che era del tutto sano.

Jarossay, nell’ambasciata francese a Capo Verde dove si è recato per organizzare il suo rientro in patria, ha dichiarato che non c’è due senza tre e che questo era solo il secondo tentativo.

Il primo tentativo era fallito a causa di un diverbio in mezzo all’oceano con il comandante della barca appoggio. Nel suo primo tentativo, Jarossay aveva tentato la traversata seguito da una barca appoggio sula quale c’erano tutti i vivere e le attrezzature che gli venivano passate di volta in volta. In seguito al diverbio, il comandante della barca appoggio aveva girato la prua ed era tornato a Capo Verde lasciandolo in mezzo al mare senza alcuna assistenza, acqua e viveri.

Ripresosi dalla brutta avventura, Jarossay, aveva rimodificato il suo paddle board allungandolo sino a circa 7 metri per renderlo più stabile e potervi realizzare una struttura protetta a prua. Avendo così un luogo per stivare cibo liofilizzato che lo avrebbe dovuto nutrire durante la traversata. Per l’acqua da bere si sarebbe affidato a un desalinatore manuale.

Lo spazio nella cabina è piccolissimo, lungo poco più di 1,80 metri una volta che l’atleta è sdraiato lascia sopra la sua testa appena 18 centimetri di spazio, il che rende molto faticoso (e pericoloso) entrare e uscire dall’abitacolo.

Se le cose avessero funzionato, Jarossay sarebbe arrivato alla Martinica, ai Caraibi, dopo circa due mesi e mezzo di mare.

16/apr/2016

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