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Può un incidente a una barca distruggere un cantiere?
News/02/Polina-Star-III-a-secco.jpg Polina Star III a secco
Oyster
Può un incidente a una barca distruggere un cantiere?

La Oyster chiude, ci si chiede se la sua fine dipenda dall’incidente del Polina Star III?

Roma – Due giorni fa il più famoso dei cantieri inglesi simbolo stesso della cantieristica da diporto di sua maestà ha annunciato di essere entrato in liquidazione e di procedere al licenziamento di tutti e 160 dipendenti (sempre che qualcuno non intervenga o lo acquisti).

La motivazione ufficiale è che il fondo d’investimento olandese che lo ha acquistato nel 2008 per 15 milioni di sterline da un fondo d’investimento americano, non ritiene più opportuno finanziare il cantiere. In effetti, i fondi d’investimento solitamente acquistano degli asset per farli crescere e poi venderli, ma se questi non crescono, li abbandonano.

La domanda che ci si pone è quanto questa ‘sconfitta’ possa dipendere dall’incidente del 2015 al largo della Spagna dove l’Oyster 825 Polina Star III di un armatore russo affondò non perché aveva urato gli scogli, non perché aveva una falla, e non perché c’era burrasca, ma solo perché in un mare calmo con dieci nodi di vento e una barca quasi ferma, il bulbo aveva ceduto portandosi dietro buona parte della zona centrale della murata di sinistra e l’intero centro della carena.

L’affondamento, vista l’entità della falla, fu immediato. Non ci furono vittime grazie al comandante dell’imbarcazione che qualche minuto prima, messo in allarme da rumori insoliti e sinistri provenienti dallo scafo aveva ordinato, quando la barca era ancora apparentemente in perfetto stato, l’abbandono della nave e fatto scendere l’intero equipaggio.

Che la cosa fosse gravissima fu subito chiaro a tutti e soprattutto al cantiere che cercò, quasi inutilmente, di fare di tutto per riparare al danno. Per un cantiere riuscire a riacquistare la fiducia del mercato dopo un errore così grave è molto difficile, quasi mai possibile.

Oyster era ritenuto un ottimo costruttore, chi se lo poteva permettere comprava un Oyster perché quelle barche davano sicurezza e prestigio. Se avevi un Oyster eri uno che se lo poteva permettere e che capiva di barche, questo era il feeling comune tra una certa tipologia di marinai. Un po’ come avere uno Swan per un'altra tipologia.

L’affondamento del Polina Star III ha svelato un’amara verità e insidiato il dubbio: gli Oyster non sembravano più essere quelle grandi barche che tutti avevano sempre ritenuto fossero.

La commissione d’inchiesta ha appurato che non si è trattato di un urto o di un cedimento determinato da un incidente pregresso, ma di un cedimento avvenuto perché il cantiere non aveva usato la giusta tecnica per costruire la barca, ovvero, l’aveva costruita male.

Davanti a una conclusione del genere è difficile pensare che nel mondo ci siano ancora molte persone disposte a pagare decine di milioni per un Oyster per poi, mentre navigano chiedersi, “reggerà?”.

Chi aveva avuto a che fare un po’ con il cantiere sapeva che tutto ciò era inevitabile. Convinti di essere il miglior cantiere del mondo e di avere i migliori clienti del mondo, i dirigenti della Oyster hanno peccato, come spesso succede in questi casi, di superbia e non si sono più chiesti se le loro barche fossero ancora, realmente, al livello della fama che le circondava, sin tanto che il Polina Star III non ha suonato il campanello d’allarme.

Solo allora, con il cappello tra le mani e a testa bassa, sono andati a verificare come stavano le cose e si sono accorti che la risposta alla domanda che non si erano più posti, era “no”, le barche non erano più al livello della fama che le circondava, ma orami era troppo tardi.

Ci sono altri cantieri nel mondo che stanno percorrendo la stessa strada e prima o poi ci saranno altri amari risvegli seguiti da altri annunci di messa in liquidazione, speriamo solo che tutto ciò non comporti delle vittime in mare.


08/feb/2018
NSS

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