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sabato 26 settembre 2020

Prove tecniche di rinascita

Luciano Piazza, riesce a tornare al suo Piazza Grande dopo molte settimane e ci racconta cosa trova e cosa prova.

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È arrivato inaspettatamente il provvedimento della Regione Lazio che autorizza i proprietari di imbarcazioni a recarsi a bordo per lavori di manutenzione e messa in sicurezza. Per quanto custodita da ormeggiatori capaci e scrupolosi, nessuna barca può sopravvivere a lungo indenne senza ispezioni periodiche e approfondite da parte del suo armatore. Anche senza evocare la catastrofe di una presa a mare che cede all'improvviso, basta una leggera infiltrazione da un oblò per procurare seri danni se trascurata per due mesi, il tempo che manco da Piazza Grande.

Munito di autocertificazione e libretto di navigazione da esibire come prova, salgo in auto e percorro strade semideserte, forse più di quello che mi sarei aspettato visti i segnali di indisciplina dei giorni scorsi. Sulla Colombo, la grande arteria che va verso Ostia, vengo fermato dalla Municipale. La mia sicumera vacilla un attimo perché non trovo il tagliando dell'assicurazione, ma poi tutto si risolve in un anfratto del cassettino del cruscotto. Trattengono l'autocertificazione dicendomi di fotografarla per eventuali ulteriori controlli, cosa che puntualmente avviene un paio di chilometri più avanti e poi ancora quasi a destinazione.

Parcheggio vicino al pontile e mi guardo attorno. Il sole è forte e quasi mi abbacina riflettendosi sulla ghiaia bianca del lungofiume. Piazza Grande ciondola placida sulle cime di ormeggio muovendosi impercettibilmente per assecondare il leggero moto della corrente. Faccio scorrere lo sguardo più volte da prua a poppa e tutto sembra a posto. Salgo a bordo, giro un po' in coperta, poi mi decido ad aprire il tambuccio e calarmi giù. Al primo colpo d'occhio non noto nulla di strano né percepisco odori che non dovrei. Scoperchio qualche paiolo, apro il vano motore, controllo le prese a mare: tutto assolutamente asciutto!

Apro tutto: oblò, passauomo, gavoni, armadietti, che tutto torni a respirare, a essere vivo! Dalla cambusa estraggo scatolame e spezie comprate lo scorso ottobre in Tunisia e un fremito leggero mi assale al pensiero di ciò che questa barca e io abbiamo fatto insieme e a quello che faremo ancora. Faccio un paio di caffè a vuoto prima di tirarne fuori uno decente da una macchinetta che troppo a lungo è stata a riposo, poi mi siedo in pozzetto a respirare anch'io l'aria salmastra di Fiumara.

Percorro a piedi il pontile, c'è un'aria stanca, ma stanca, Fiumara, lo è da sempre. Sulle assi sconnesse di legno spicca il giallo di licheni che si sono formati in più punti in assenza di piede umano che ne disturbi lo sviluppo. La fauna è come sempre variegata, e in mezzo ai gabbiani un airone sembra meno timido del solito e mi lascia avvicinare più del consueto. L'acqua in prossimità dell'argine è quasi ferma, mossa a tratti dal guizzo di un cefalo, sul bordo della golena il solito ammasso di rami d'albero, canne di fiume spezzate e marce e, purtroppo, pezzi di plastica vari.

La gru per le operazioni di alaggio e varo giace immobile sul suo piccolo piazzale, chissà se per la normale pausa domenicale o messa in quarantena anche lei. Tutto è fermo, o forse sono solo ferme le attività umane, la natura, come al solito segue il suo corso, forse anche più tranquillamente perché meno disturbata. Un leggero scirocco rende più piacevole l'aria, e io lascio che mi accarezzi il viso e mi incanto a guardare l'isola di Tor Boacciana in un silenzio che quasi non conosco.

L'orologio che tengo su una paratia accanto al barometro segna l'ora sbagliata. La batteria non è ancora completamente scarica ma non ha più la forza di fargli tenere il giusto passo. Sorrido e penso che sia l'immagine perfetta di questa nostra vita di quarantena, rallentata ma non ferma, pronta a rimettersi in moto con una nuova carica di energia. Forse non manca molto, anche se ancora non si sa come e quanto nei prossimi mesi si potrà navigare. Chiudo il tambuccio e vado via. Con una ritrovata gioia nel cuore metto in moto la macchina, in attesa del senso di libertà che l'alto mare sa regalare.