
“Voglio noleggiare una barca, ma sono stanco delle solite formule”, scrive un abbonato a SVN. Come lui, sono in molti a sentire questa esigenza: il desiderio di qualcosa di diverso rispetto alle proposte sempre uguali.
Un settore in crescita ma senza innovazione
Oggi il settore del charter, probabilmente uno dei pochi – insieme al dorato mondo dei superyacht – ancora in crescita, sembra però soffrire di una certa immobilità. Le società continuano a puntare sugli stessi elementi: sconti, offerte, piccoli omaggi. Manca però una vera innovazione, mancano idee nuove e, soprattutto, manca varietà.
Anche l’offerta di barche è spesso ripetitiva. La maggior parte delle flotte è composta da modelli come Oceanis e Dufour, con qualche raro Bavaria. Le barche più performanti sono quasi assenti: oggi solo Spartivento e NSS propongono un First 44 con randa steccata. Le stesse società offrono qualche altra unità con randa steccata, ma si tratta comunque di casi limitati. Nel frattempo, il pubblico sta cambiando e nel charter spesso non trova ciò che cerca.
Il pubblico cambia, ma le barche restano le stesse
Il costo delle barche è sempre più elevato e sempre più persone rinunciano all’acquisto, orientandosi verso il noleggio. Questo vale soprattutto per i più giovani, molti dei quali sono veri appassionati di vela. Persone che vorrebbero navigare su barche “vere”, con trasto randa e carrelli del genoa da regolare in base al vento. Invece, si trovano spesso a dover scegliere imbarcazioni che vengono definite a vela solo perché hanno un albero e un boma, ma che per l’80% del tempo procedono a motore.
Forse le società di charter dovrebbero avere il coraggio di rischiare di più, inserendo in flotta barche più performanti, capaci di soddisfare anche chi vuole davvero navigare a vela. Lo stesso vale per le formule di noleggio.
Le poche novità e le opportunità ancora inespresse
Negli ultimi anni, una delle poche novità concrete è stata la nascita di flotte di fascia alta, come Sailuxe di Spartivento, che ha introdotto un livello di servizio più elevato, coerente con il tipo di barche offerte e con i relativi costi. Un’altra innovazione interessante è l’introduzione di formule più flessibili, come l’imbarco il mercoledì e lo sbarco la domenica (NSS). Una soluzione importante, perché molte persone non vogliono impegnarsi per due settimane, ma neppure limitarsi a una sola. Questo ha reso più elastica la gestione delle vacanze in barca.
Ma le possibilità di sviluppo sono molte di più. Si potrebbe, ad esempio, introdurre il finanziamento per il noleggio: oggi è possibile ottenere un prestito per un viaggio in Giappone, ma non per una settimana alle Eolie in barca a vela. Rendere accessibile questo tipo di esperienza anche attraverso formule di pagamento dilazionato allargherebbe sicuramente il pubblico. Si potrebbero fare dei programmi di fidelizzazione a sconti crescenti, orientati a mantenere stretto il rapporto con il cliente soprattutto per quelle società che hanno più di una base.
Un altro ambito da ripensare è quello del cabin charter. Attualmente, spesso si tratta di barche riempite al massimo con persone che non si conoscono, costrette a convivere in spazi ristretti. Perché non proporre formule più equilibrate? Ad esempio, una barca con skipper per due famiglie, ciascuna con due cabine. Le spese si dividono, si crea un rapporto più umano e i rischi restano simili a quelli del cabin charter tradizionale. È vero, l’altra famiglia potrebbe non essere perfettamente compatibile, ma questo problema potrebbe essere ridotto con un’app che permetta alle persone di conoscersi prima e scegliere con chi condividere l’esperienza.
In definitiva, se il charter vuole continuare a crescere davvero, deve evolversi. Restare fermo sulle stesse logiche per anni rischia di allontanare proprio quel pubblico che oggi più di altri potrebbe sostenerne lo sviluppo.
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