
Nel 1952 Alain Bombard attraversò l’Atlantico su un piccolo gommone per dimostrare che i naufraghi muoiono più per paura che per fame o sete. La storia della sua impresa.
Sono passati circa 15 anni da quando, a un mercatino dell’usato, la mia attenzione cadde su un vecchio libro datato 1953, senza alcuna immagine in copertina ma solo autore e titolo: “Alain Bombard - Naufrago volontario”. La lettura, vorace e continua, confermò quanto spesso si dice: esistono momenti nella storia della navigazione in cui il confine tra genio e follia si fa sottile. Nel 1952 quel confine fu attraversato da un giovane medico e biologo francese di nome Alain Bombard. Mentre il mondo intero lo additava come un suicida, lui si preparava a cambiare per sempre il concetto di sopravvivenza in mare. La sua non era una sfida al destino, ma una missione scientifica: dimostrare che il naufrago non muore per fame o sete, ma per il crollo della propria volontà.
La nascita dell’idea e la teoria del “naufragio psicologico”
Tutto ebbe inizio all'Istituto Oceanografico di Monaco. Bombard, studiando le statistiche dei disastri marittimi, notò un dato agghiacciante: migliaia di persone morivano entro le prime 72 ore dal naufragio. Scientificamente, un corpo umano sano può resistere molto più a lungo senza cibo. La conclusione di Bombard fu rivoluzionaria: si muore di paura.
L'angoscia, la solitudine e la convinzione che l'oceano sia un deserto ostile uccidono più velocemente della disidratazione. Per scardinare questo pregiudizio, Bombard decise di diventare un “naufrago volontario”. Non voleva soltanto scrivere un trattato scientifico, ma offrire al mondo una prova vivente.
Il mezzo scelto per l'impresa fu una novità assoluta per l'epoca: un battello pneumatico di soli 4,5 metri prodotto dalla Zodiac, azienda che allora forniva piccoli gommoni ai piloti abbattuti in mare. Bombard lo battezzò “L'Hérétique” (L'Eretico), un nome che sbeffeggiava l'ortodossia medica del tempo, che considerava la sua impresa un'eresia scientifica. L'imbarcazione era primordiale: un guscio di gomma, due remi e una piccola vela montata su un remo verticale. Non c'erano chiglie rigide né motori. Quel piccolo gommone sarebbe diventato, anni dopo, il prototipo di molti moderni gommoni e delle zattere di salvataggio oggi obbligatorie per legge.
La traversata dell’Atlantico e l’eredità di una sfida scientifica
Partito da Tangeri e passato per le Canarie, Bombard si lanciò nell'immensità dell'Atlantico puntando verso le Antille. A bordo non c'erano casse di gallette né barili di acqua dolce. La sua dispensa era l'oceano stesso. Per sopravvivere, Bombard mise a punto tecniche di sostentamento che ancora oggi appaiono sorprendenti.
Contro ogni dettame medico dell'epoca (e ancora oggi oggetto di cautela da parte dell'Organizzazione Mondiale della Sanità), Bombard beveva piccole quantità di acqua marina. La sua teoria era che, se assunta in dosi minime e prima che iniziasse la disidratazione, il corpo potesse gestirne la salinità. Per integrare i liquidi utilizzava uno spremiagrumi casalingo modificato: invece delle arance, vi schiacciava pesci appena pescati, ricavandone un succo meno salato e ricco di nutrienti.
Con semplici sacchetti di cotone filtrava l'acqua per raccogliere il plancton. Nonostante il sapore discutibile, questa “pappa” marina era fondamentale per prevenire lo scorbuto grazie all'alto contenuto di vitamina C. In molti tratti del viaggio la pesca non era nemmeno necessaria: i pesci volanti saltavano spontaneamente all'interno del gommone, offrendosi come pasto crudo al biologo.

Il viaggio non fu una linea retta verso il successo. Nelle zone di calma piatta, l'Hérétique rimaneva prigioniero delle correnti. Bombard raccontò in seguito che la corrente sembrava muoversi “seguendo i petali di un fiore”, descrivendo cerchi continui che lo riportavano quasi allo stesso punto dopo miglia di fatica.
La prova più dura non fu la fame, ma la mente. Il silenzio dell'oceano e la fragilità di quel guscio di gomma misero a dura prova la sua tesi sulla resistenza psicologica. Nonostante la perdita di peso e le piaghe sulla pelle causate dal sale e dal sole, Bombard rimase lucido, salvo qualche piccola allucinazione di cui si rese conto solo rileggendo il suo diario di navigazione.
Dopo 65 giorni alla deriva, Alain Bombard toccò terra alle Barbados. Era il 1952: un uomo era sopravvissuto all'Atlantico nutrendosi soltanto di ciò che il mare offriva. Il suo ritorno fu un trionfo, ma anche l'inizio di aspre polemiche con il mondo accademico, che continuava a considerare le sue pratiche, in particolare l'ingestione di acqua salata, estremamente pericolose per la popolazione generale.
Tuttavia il suo libro “Naufrago volontario” divenne un best seller mondiale e una vera bibbia per chiunque andasse per mare. Grazie alle sue osservazioni, le procedure di sicurezza furono ripensate: si comprese l'importanza di dotare le scialuppe di strumenti da pesca e reti per il plancton, ma soprattutto si iniziò a formare i marinai sulla gestione psicologica dell'emergenza.
Alain Bombard, scomparso nel 2005, ha lasciato una lezione che va oltre la nautica. Ha dimostrato che l'ambiente più ostile della Terra, l'oceano aperto, può diventare un alleato se affrontato con conoscenza e determinazione. L'Hérétique non era solo un gommone: era la prova che l'essere umano, quando rifiuta di arrendersi alla disperazione, possiede risorse biologiche e mentali spesso inimmaginabili.
Oggi, ogni volta che si vede un gommone correre sulle onde o una zattera autogonfiabile su un traghetto, vale la pena dedicare un pensiero a quel “pazzo” che decise di bere il mare per dimostrare che sopravvivere era possibile.
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