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mercoledì 4 marzo 2026
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Dove sono finite le piccole barche? I 7-9 metri non si vedono più

Un tempo dominavano le rade italiane, oggi le piccole barche tra 7 e 9 metri sono quasi sparite. Ecco perché e cosa significa per la nautica.

Una piccola barca in vendita. Queste barche a pochissimi soldi sono la porta d'accesso alla vela per molti giovani
Una piccola barca in vendita. Queste barche a pochissimi soldi sono la porta d'accesso alla vela per molti giovani
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Un tempo nelle rade italiane le barche tra i 7 e i 9 metri erano la maggioranza, oggi sono quasi scomparse. A Ischia, nella baia davanti a Castel Sant’Angelo, si vedono molti Dufour, qualche Bénéteau (soprattutto Oceanis 46.1 e 51.1), pochi Jeanneau, praticamente assenti Bavaria di ultima generazione e Hanse, e tanti catamarani. Ma le piccole imbarcazioni, tra 7 e 9 metri, non si vedono più.

La stessa scena si ripete al Frontone a Ponza, dove i Jeanneau sono più presenti grazie alla flotta di un concessionario locale, ma anche qui le barche di piccole dimensioni, giovani o vecchie, non ci sono. I modelli come Oceanis 30, 32.1, Sun Odyssey 33i, Pierrot, Ziggurat, Pivier, Alpa 670 – oggi reperibili tra 5.000 e 35.000 euro – sono assenti, così come i giovani armatori. I velisti sotto i 30 anni si trovano spesso stipati su grandi barche da charter con skipper, poco interessati a imparare la gestione di una barca.

Il velista tradizionale, quello che con pazienza cercava, acquistava e cambiava barca ogni pochi anni, sta diventando un “dinosauro” destinato a sparire. La perdita non riguarda solo il mercato nautico, ma l’intero tessuto sociale: i giovani appassionati di vela sono portatori di valori e competenze con ricadute positive.

Costi in aumento e meno spazi per una nautica accessibile

Oggi per andare in barca servono più soldi e meno sogni. L’acquisto può essere ancora economico se si sa gestire la manutenzione in autonomia, ma per navigare servono competenze avanzate o budget elevati. Nei porti comunali di una volta si trovavano ormeggi senza servizi ma gratuiti; oggi un 12 metri può pagare tra 150 e 300 euro a notte, mentre una boa costa anche 150 euro, se disponibile.

Anche la manutenzione è cambiata: l’antivegetativa che i giovani davano da soli in cantiere ora è un lavoro da 70 euro l’ora per un operaio specializzato. A questo si aggiunge la riduzione di spazi per il fai-da-te: le concessioni portuali e i piazzali dei cantieri raramente riservano aree libere a chi vuole mantenere la propria barca da sé. Porti comunali interamente dati in concessione e banchine senza zone libere penalizzano chi naviga con budget ridotti.

In alcune località, come Stromboli, fino al 90% delle aree di ancoraggio è occupato da campi boa con tariffe alte e spazi liberi inesistenti, costringendo chi non vuole pagare a rinunciare alla sosta.

Perché serve una nautica più sostenibile anche economicamente

Limitare l’accesso a chi naviga con barche piccole o con budget ridotto significa impoverire la nautica. I superyacht da soli non sostengono l’economia locale, salvo eccezioni come la Sardegna. Occorre tornare a una nautica più inclusiva, con costi proporzionati, spazi pubblici per ormeggi e lavori fai-da-te, e un equilibrio tra ormeggi a pagamento e ancoraggi liberi. Solo così si potrà garantire il ricambio generazionale e preservare la cultura del mare.

© Riproduzione riservata

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