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venerdì 27 novembre 2020

La barca affonda improvvisamente: naufrago per 40 ore in Adriatico

Giovanni Amodio ha nuotato e galleggiato per due giorni e due notti fin tanto che non lo hanno trovato

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Pescara – La storia di Giovanni Amodio ha dell’incredibile. Lui, un giovane pescatore di 35 anni, è naufragato ed è sopravvissuto dopo oltre 40 ore passate in acqua.

Tutto ha avuto inizio venerdì scorso, 12 ottobre, quando Giovanni è uscito in mare con il suo piccolo peschereccio. Era solo, come sempre. Doveva andare a qualche miglio da costa e tirare su le reti, ma queste, avvicinatesi troppo all’elica della barca l’hanno avvolta formando una grande matassa. Il motore di un peschereccio gira lento ma ha molta potenza, così nonostante le reti, l’elica ha continuato a girare sin tanto che la matassa è diventata enorme.

Quando Giovanni ha capito cosa stava accadendo è stato una questione di un attimo, il tempo di prendere al volo un giubbotto di salvataggio e buttarsi in acqua, poi la barca si è capovolta trascinata dalle reti. Se non fosse stato veloce forse il piccolo peschereccio lo avrebbe travolto e fatto prigioniero.

Salvo, ma per quanto? Questo è quello che Giovanni si è chiesto quando all’una della mattina di venerdì 12 ottobre si è trovato in acqua. Era buio pesto, la luna era appena accennata, una virgola bianca in un cielo oscuro.

Intanto a casa mamma Diana e sua moglie Rosanna, erano già in agitazione. La mamma di Giovanni lo aveva chiamato prima di andare a dormire, ma il telefono non squillava. Con il cuore che batteva veloce a confermare quella sensazione che stesse accadendo qualche cosa di drammatico, Diana, accompagnata da un’amica, corre giù al piccolo porto, come fanno sempre le donne dei pescatori quando sentono odore di tragedia nell’aria.

I pochi pescatori sul molo che si stavano preparando per uscire in mare cercano di tranquillizzare la donna “Non vi preoccupate, in mare non sempre i cellulari prendono, state tranquilla”, ma Diana sa che non può stare tranquilla e così, appena il sole fa di nuovo capolino oltre l’orizzonte, va in capitaneria e denuncia che di Giovanni non ci sono notizie.

I militari fanno scattare l’allarme, hanno inizio le operazioni di soccorso con motovedette e elicotteri che cominciano a girare nel cielo alla ricerca del naufrago. Non passa molto che i mezzi aerei intercettano una barca alla deriva, proprio il piccolo peschereccio di Giovanni, ma di lui non c’è traccia, continua a essere disperso, il suo salvataggio dovrà attendere ancora molte ore.

Giovanni è robusto e in perfetta salute, il mare lo conosce da sempre ne sa interpretare gli umori e capisce il linguaggio, sa che sarà dura, ma sa che può farcela. E’ un marinaio esperto e sa che non deve spogliarsi, è importante evitare il più possibile la dispersione del calore, quei jeans, quella maglia e il giubbotto gli stanno salvando la vita e non li deve lasciare, deve resistere perché lo troveranno.

Passano le ore e Giovanni vede la macchina dei soccorsi al lavoro, vede gli elicotteri, le motovedette, Giovanni vede tutto, ma sono loro che non riescono a vederlo e così arriva la prima crisi di disperazione, il pianto, l’imprecazione, le preghiere.

E’ di nuovo notte, sono più di 24 ore che Giovanni è in acqua, è esausto e ha la bocca arsa, riesce a domare lo sconforto, è convinto che ce la farà, ne è certo, e così nuota per mantenere calda la muscolatura, pensa alla sua famiglia, ai suoi figli e cerca di sopravvivere.

Arriva la domenica mattina, la luce del giorno migliora molto l’umore di Giovanni anche se è solo, disperso in mezzo al mare e pensa che forse i soccorsi hanno interrotto le ricerche, ma lui continua a sperare e a lottare per la sua vita fino a quando, nel pomeriggio, vede una barca all’orizzonte, un piccolo gozzo da diporto.

Giovanni vede che il motoscafo sta navigando verso di lui, gli sarebbe passato a qualche centinaio di metri di distanza, forse troppi perché da bordo lo potessero vedere, ma a un tratto sente che qualcuno urla indicando verso di lui “Guarda lì, guardate lì!”.

Lo avevano visto. Il gozzo lo raggiunge, Giovanni è salvo.

Quando il telefono di Diana squilla in quella domenica pomeriggio, la donna sente salire le lacrime agli occhi e la disperazione afferrargli il cuore.

Guarda il telefono, ha paura che sia la telefonata che metta fine ad ogni speranza, risponde, ma dall’altra parte la voce che sente è quella di Giovanni. L’incubo è finito.