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sabato 4 aprile 2026
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Posti barca sempre più cari: così la nautica rischia di fermarsi

Il costo dei posti barca cresce sempre di più e rende difficile mantenere una barca. Il problema non è comprarla, ma riuscire a tenerla.

Gais Gais Gais
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Rubrica: E-mail al Direttore

“Come si può pensare di incentivare la nautica se un posto barca da 12 metri costa tra gli 8 e i 12 mila euro l’anno?”

La domanda del nostro lettore G. Montebovi è semplice, ma colpisce un nodo centrale per tutto il settore.

La risposta, purtroppo, non è altrettanto semplice. Anzi, è una domanda che molti si pongono senza trovare una vera soluzione. Perché oggi il problema non è più solo comprare una barca, ma riuscire a mantenerla.

Tra posto barca, manutenzione e gestione, il costo annuale può arrivare facilmente a equivalere allo stipendio di un lavoratore medio. In queste condizioni, parlare di crescita della nautica, soprattutto per le barche piccole e medie, diventa difficile.

Eppure non è sempre stato così

Negli anni ’70, per chi andava per mare, il problema del posto barca praticamente non esisteva. Nei porti comunali si trovava quasi sempre spazio: si dava ancora, si raggiungeva la banchina e, al massimo, si lasciava una mancia all’ormeggiatore. Qualche volta, quando c’era, si pagava l’acqua; la luce mai, anche perché non c’era.

All’epoca, la vera difficoltà era acquistare la barca. Ma una volta fatto questo passo, il resto era gestibile.

Oggi la situazione si è ribaltata

Prima ancora di comprare una barca, bisogna risolvere il problema del posto barca. E spesso è proprio questo il vero ostacolo.

Cosa è cambiato?

Secondo molti, è cambiato il modo di vedere i porti: da servizio pubblico a fonte di guadagno. Un passaggio che ha trasformato profondamente l’accesso al mare.

Prendiamo il caso di Ponza, ma il discorso vale per molte piccole isole italiane. Il porto è, di fatto, l’unico approdo sicuro. La rada antistante è esposta ai venti di levante e può diventare pericolosa.

In una situazione del genere, garantire un accesso sicuro dovrebbe essere un servizio essenziale.

Un tempo era così.

Oggi, a Ponza, nel porto pubblico non si può entrare, cosa che dirotta i diportisti verso i moli privati che, oltre ad essere molto costosi, sono anche pericolosi.

Non solo. Anche fermarsi in rada, dove un tempo si gettava semplicemente l’ancora, oggi ha un costo: a Ponza circa 3 euro al metro lineare al giorno.

Il mare sta diventando un servizio a pagamento

È il segno di un cambiamento più profondo.

Il mare, che per tradizione è sempre stato percepito come uno spazio di tutti, sta diventando progressivamente un servizio a pagamento. Anche quando si tratta di infrastrutture costruite con fondi pubblici.

Non credo che si debba stabilire che tutto debba essere pubblico. Ma nemmeno che tutto ciò che è pubblico debba essere trasformato in attività privata in concessione.

I cittadini contribuiscono già in modo significativo, spesso con una quota rilevante del proprio reddito, al finanziamento dei servizi. Tra questi, molti ritengono che debba rientrare anche l’accesso ai porti comunali.

Per questo si apre una riflessione più ampia: è giusto lasciare totale libertà nella gestione delle concessioni demaniali quando queste usufruiscono di strutture pubbliche? Oppure sarebbe necessario fissare regole e tariffe più coerenti con la natura pubblica di queste strutture?

Oggi, in molti casi, porti che un tempo erano accessibili e gratuiti applicano tariffe simili a quelle dei marina privati, spesso a fronte di investimenti limitati e, talvolta, sostenuti anche con fondi europei.

Una conseguenza evidente

La conseguenza è sotto gli occhi di tutti: il mare diventa sempre meno accessibile.

E con lui, anche la nautica rischia di allontanarsi da chi vorrebbe viverla.

© Riproduzione riservata

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