mercoledì 14 gennaio 2026
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Costa Concordia: 14 anni fa, il 13 gennaio, la tragedia che fece 32 morti

Il naufragio della Costa Concordia, le responsabilità, le vittime, i soccorsi e i risarcimenti. Una tragedia che ancora interroga il mondo del mare.

La nave Concordia, la tragedia è in corso, la nave ancora non si è sdraiata completamente, l’ordine di “abbandono nave” arriva in ritardo e quel ritardo costa la vita a diverse persone
La nave Concordia, la tragedia è in corso, la nave ancora non si è sdraiata completamente, l’ordine di “abbandono nave” arriva in ritardo e quel ritardo costa la vita a diverse persone
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Il 13 gennaio è una data che, per chi va per mare e per chi quel mare lo abita, continua a pesare. È l’anniversario del naufragio della Costa Concordia, una notte che nel 2012 trasformò l’Isola del Giglio nel centro di una delle più gravi tragedie della navigazione civile italiana. Non solo per le immagini di una nave immensa piegata su un fianco, dei passeggeri costretti a scendere da uno scafo inclinato, i lampeggianti dei mezzi di soccorso, il rumore degli elicotteri e l’atmosfera da grande tragedia che calò come una pesante cappa sull’isola, ma per ciò che quella notte mise a nudo: fragilità umane, responsabilità, scelte mancate.

La Concordia colpì gli scogli a poca distanza dal porto del Giglio dopo una manovra nota come “l’inchino”, eseguita per omaggiare un vecchio collega del comandante. Una manovra azzardata che portò la nave a strusciare sugli scogli, aprendosi come una lattina di carne in scatola.

Da lì in avanti, tutto avvenne in una sequenza confusa e drammatica: la nave che perde potenza, l’inclinazione che aumenta minuto dopo minuto, le decisioni prese – e soprattutto quelle non prese. L’unica scelta corretta compiuta da Schettino quella notte fu quella di portare la nave su un basso fondale.

Per il resto, il quadro è quello di un comando che vacilla: i passeggeri rimandati in cabina, l’evacuazione avviata tardi e in modo disordinato, persone che cercano indicazioni mentre l’equipaggio stesso fatica a orientarsi.

Eppure, in quel caos, molti membri dell’equipaggio si comportano da eroi. Al contrario del loro comandante, che abbandona la nave come un topo di sentina mentre questa affonda. Quella notte trentadue persone perderanno la vita.

Alcune moriranno in modo terribile, intrappolate nelle cabine dove erano tornate su ordine del comandante e da cui, quando compresero che quella era diventata una trappola, non riuscirono più a uscire.

Al centro di tutto resta la figura di Francesco Schettino, comandante della Concordia. La sua storia è ormai legata in modo indissolubile a quella nave. In una sola notte Schettino ha causato la morte di 32 persone e ha inferto un colpo durissimo alla reputazione di una delle marine mercantili più rispettate al mondo, quella italiana.

Dopo un lungo iter giudiziario, Schettino è stato condannato in via definitiva a 16 anni di reclusione. Oggi è detenuto nel carcere di Rebibbia, dove negli anni ha svolto attività lavorative interne.

A compensare almeno in parte il comportamento del comandante, restano gli ordini urlati al telefono da Gregorio De Falco, l’ufficiale della Capitaneria che gli intimò di tornare a bordo e di fare il proprio dovere. Quella voce, quelle parole, hanno avuto un peso enorme nel bilanciare la vergogna provata dal Paese nel vedere un uomo investito della massima responsabilità abbandonare la nave pensando solo a mettersi in salvo.

Oggi De Falco è tornato a un ruolo operativo nella Guardia Costiera, dopo una parentesi politica che lo aveva portato anche in Parlamento.

Intorno a queste figure, però, c’è un mondo di persone meno visibili: i soccorritori che salirono su una nave instabile e pericolosa, gli abitanti del Giglio che aprirono case e locali ai naufraghi, i tecnici che nei mesi successivi lavorarono a un’operazione di recupero senza precedenti. Esseri umani che aiutano altri esseri umani, come accade ovunque nel mondo quando si consuma una tragedia di questa portata.

La Concordia rimase lì, inclinata davanti al porto, per oltre due anni. Un relitto diventato presenza quotidiana, ferita aperta e promemoria costante.

Sul fronte dei risarcimenti, la vicenda Concordia si è sviluppata lungo più binari e per diversi anni. La notte del naufragio a bordo della nave si trovavano 4.229 persone, di cui 3.206 passeggeri e 1.023 membri dell’equipaggio. Nelle settimane successive all’incidente, Costa Crociere propose ai passeggeri non feriti una transazione standard che prevedeva un indennizzo fino a 11.000 euro a persona, oltre al rimborso della crociera e delle spese di rientro. Molti accettarono, altri scelsero di proseguire per vie legali.

Negli anni successivi, tra accordi extragiudiziali e risarcimenti riconosciuti in sede civile, la compagnia ha versato complessivamente oltre 80 milioni di euro a passeggeri, membri dell’equipaggio e familiari delle vittime. Le somme corrisposte alle famiglie dei 32 morti sono state definite attraverso accordi individuali e, in alcuni casi, contenziosi più lunghi, soprattutto per il riconoscimento dei danni morali e psicologici. Anche questo aspetto fa parte della lunga coda della tragedia, che non si è esaurita con la sentenza penale ma ha continuato a produrre effetti per anni.

A ogni anniversario, la Concordia torna a galla non come notizia, ma come domanda. Cosa significa comandare una nave con migliaia di persone a bordo. Quanto pesa una decisione presa per leggerezza. Quanto è sottile il confine tra routine ed emergenza.

Ricordare non è solo un esercizio di memoria. È un modo per tenere aperta una riflessione che riguarda chi va per mare, chi lo regola e chi, semplicemente, si affida a una nave per viaggiare.

Il relitto non c’è più, smantellato e portato via. Ma la storia della Concordia resta, sospesa tra responsabilità individuali, lezioni collettive e un silenzio che, ogni 13 gennaio, torna a farsi sentire.

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