
Dalla montagna al mare, Dario e Sabine Schwörer hanno scelto di vivere in barca a vela per osservare i cambiamenti climatici e crescere sette figli navigando intorno al mondo.
Dario Schwörer lavorava come guida turistica in montagna. Accompagnava le persone sui ghiacciai, lungo creste e sentieri che conosceva bene, anno dopo anno. Proprio lì, in quota, ha iniziato a rendersi conto che qualcosa stava cambiando. «Ogni anno era diverso, ogni anno i ghiacciai erano più piccoli e la neve di meno, la montagna stava morendo», racconta. I grandi cambiamenti climatici non erano più un concetto astratto, ma un’esperienza diretta, visibile, impossibile da ignorare. A condividere quella preoccupazione c’era sua moglie Sabine, infermiera, abituata a prendersi cura delle persone e altrettanto sensibile a ciò che stava accadendo all’ambiente.
Alla fine degli anni Novanta, nel 1999, Dario e Sabine hanno preso una decisione che avrebbe cambiato per sempre la loro vita. Partire in barca a vela non per una vacanza, ma per osservare da vicino quanto i cambiamenti climatici stessero incidendo sul pianeta e per vivere una natura che stava mutando rapidamente. Volevano vedere i luoghi prima che scomparissero, attraversare territori fragili, sentirne la trasformazione. Il loro viaggio avrebbe avuto il sapore di quello degli ultimi testimoni di un mondo che stava lentamente perdendo i suoi equilibri.
All’inizio non erano navigatori esperti. «Non sapevamo molto di barche e di vela, avevamo qualche esperienza. Ma di certo non eravamo dei navigatori», ricorda Dario. La prima barca era piccola, adatta a due persone, essenziale. Con quella imbarcazione hanno affrontato le prime grandi traversate, le paure dell’oceano, le notti lunghe di guardia e l’apprendimento continuo imposto dal mare. Era una barca che chiedeva attenzione costante e che, proprio per questo, li ha formati come marinai e come coppia.

Con il passare degli anni è diventato evidente che non ci sarebbe stato un ritorno a una vita “di prima”. Il viaggio non era più una parentesi, ma la loro esistenza. Intanto la famiglia cresceva. Uno dopo l’altro sono arrivati i figli, fino a diventare sette. A quel punto la barca iniziale non bastava più. Serviva uno spazio capace di affrontare oceani e zone remote, ma anche di accogliere una famiglia numerosa in modo sicuro.
È così che è arrivata Pachamama, un monoscafo in alluminio progettato per le lunghe navigazioni. Non una barca da charter né una crociera confortevole nel senso tradizionale, ma un luogo di vita e di lavoro, robusto, essenziale, pensato per essere il più possibile autosufficiente. Uno scafo in grado di affrontare climi molto diversi tra loro, dal caldo tropicale alle alte latitudini, con soluzioni semplici e funzionali.
Su Pachamama sono nati sei dei sette figli della famiglia Schwörer. La barca è diventata una casa vera, organizzata per dormire, studiare, lavorare e navigare. Sabine racconta spesso che la difficoltà maggiore non era lo spazio ridotto, ma la necessità di mantenere un equilibrio costante. «A bordo non puoi scappare in un’altra stanza», spiega. «Se c’è un problema, lo affronti subito, tutti insieme». La quotidianità era fatta di turni di guardia, scuola improvvisata al tavolo di carteggio, pasti condivisi con il mare a pochi metri e giochi sul ponte quando le condizioni lo permettevano.

Dal punto di vista economico, la famiglia Schwörer non ha mai vissuto di rendita. Non c’era un grande capitale iniziale né una sicurezza economica che permettesse di navigare senza lavorare. Dario e Sabine hanno costruito nel tempo un equilibrio fragile ma continuo, basato su più attività. Il viaggio è diventato anche un progetto educativo e divulgativo: incontri nelle scuole, conferenze, collaborazioni, momenti di racconto pubblico. Il libro scritto nei primi anni ha contribuito a sostenere economicamente la spedizione, così come, più recentemente, il documentario che ripercorre una parte lunga della loro storia.
«Abbiamo sempre dovuto fare i conti con il budget», spiega Dario. «Ogni miglio in più, ogni riparazione, ogni scelta aveva un peso». Anche per questo Pachamama è stata pensata come uno strumento di autonomia: molta manutenzione fatta in proprio, consumi ridotti, attenzione costante alle risorse di bordo. Sabine, grazie alla sua formazione da infermiera, è diventata il riferimento sanitario della famiglia, affrontando emergenze e piccoli incidenti lontano da ospedali e strutture mediche. «Non è eroismo», dice, «è responsabilità».
Nel corso degli anni, Pachamama ha attraversato oceani, navigato lungo coste isolate, zone polari e regioni tropicali. Non sempre il viaggio è stato lineare. Ci sono stati momenti di stanchezza, di paura e di dubbi, soprattutto quando i figli erano piccoli e le decisioni pesavano il doppio. Dario ricorda una traversata particolarmente dura, con mare formato e vento forte, durante la quale uno dei bambini gli chiese semplicemente: «Ma noi viviamo sempre qui?». «In quel momento», racconta, «ho capito che per loro questa non era un’avventura: era la vita».
Oggi Dario e Sabine non hanno chiuso il cerchio tornando definitivamente a terra. Continuano a navigare, ma in modo diverso rispetto ai primi vent’anni. La barca resta centrale, così come il mare, ma il progetto si è adattato alla crescita dei figli e ai nuovi equilibri familiari. Le navigazioni si alternano a periodi a terra, dedicati al racconto, agli incontri e alla trasmissione di un’esperienza che non è mai stata pensata come un modello, ma come una possibilità.
La storia della famiglia Schwörer è prima di tutto una storia di scelte sostenute nel tempo. Non di ricchezza né di fuga, ma di lavoro continuo, adattamento e coerenza. Pachamama non è solo lo scafo che li ha portati in giro per il mondo, ma il luogo in cui una famiglia intera ha imparato cosa significa crescere, sbagliare, resistere e andare avanti, con il mare come orizzonte quotidiano.
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