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mercoledì 18 marzo 2026
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SeaClear2.0: robot e droni per pulire i fondali dall’inquinamento marino

SeaClear2.0 sviluppa robot e droni per individuare e rimuovere rifiuti dai fondali marini, affrontando la parte nascosta dell’inquinamento in mare

La pulizia dei fondali dei porti europei e delle coste, sarà affidata a una flotta di droni subacquei e di superficie
La pulizia dei fondali dei porti europei e delle coste, sarà affidata a una flotta di droni subacquei e di superficie
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Non si vedono, ma sono la parte più consistente dell’inquinamento marino. La maggioranza dei rifiuti che finiscono in mare non resta in superficie: affonda, si deposita sui fondali e lì rimane, spesso per anni. È su questo livello nascosto che si concentra SeaClear2.0, il progetto europeo che sta sperimentando una nuova generazione di robot e droni per individuare e recuperare i detriti sommersi.

Come funziona il sistema SeaClear2.0

L’iniziativa, finanziata dall’Unione Europea nell’ambito delle politiche ambientali, nasce con un obiettivo preciso: intervenire dove oggi è più difficile operare. I fondali, infatti, rappresentano una zona complessa sia dal punto di vista tecnico sia economico, perché le operazioni tradizionali richiedono sommozzatori, tempi lunghi e costi elevati.

SeaClear2.0 prova a cambiare approccio, sostituendo gran parte del lavoro umano con una flotta coordinata di mezzi autonomi. Il sistema combina droni aerei, unità di superficie senza equipaggio e robot subacquei che operano insieme, guidati da algoritmi di intelligenza artificiale. Il loro compito è prima individuare i rifiuti e poi recuperarli, distinguendoli da rocce, vegetazione e organismi marini.

Il funzionamento segue una sequenza precisa. I droni sorvolano l’area per identificare zone critiche, mentre i veicoli di superficie raccolgono dati e coordinano le operazioni. Sotto il livello dell’acqua entrano in azione i robot, dotati di sonar e telecamere, capaci di mappare il fondale e riconoscere gli oggetti da rimuovere. Una volta individuati, i rifiuti vengono afferrati da pinze meccaniche o aspirati e riportati in superficie, dove vengono raccolti da unità dedicate al trasporto verso terra.

Test, risultati e prospettive

Le prove sul campo sono già iniziate. I test sono stati condotti in diversi porti europei, tra cui Marsiglia e Amburgo, con l’obiettivo di verificare il comportamento del sistema in ambienti reali, spesso caratterizzati da acque torbide, traffico navale e visibilità limitata. Altri siti di sperimentazione sono previsti anche nel Mediterraneo, tra cui Venezia e Dubrovnik.

I primi risultati indicano che la tecnologia è in grado di recuperare oggetti anche voluminosi, come pneumatici, strutture metalliche o parti di imbarcazioni. Ma il progetto non è ancora arrivato a una fase operativa definitiva. I ricercatori parlano di un sistema in evoluzione, che richiede ulteriori sviluppi per migliorare precisione, autonomia e capacità di intervento in condizioni complesse.

Il contesto in cui si inserisce SeaClear2.0 è quello di un problema ambientale crescente. Una parte significativa dei rifiuti marini, in particolare la plastica, tende a frammentarsi nel tempo fino a diventare microplastica, rendendo ancora più difficile ogni intervento successivo. Agire prima che questo processo si completi è uno degli obiettivi del progetto.

Accanto alla funzione di pulizia, il sistema potrebbe avere anche altri utilizzi. Le stesse tecnologie impiegate per individuare rifiuti potrebbero essere adattate per la ricerca di oggetti sommersi, come residuati bellici o infrastrutture abbandonate, ampliando il campo di applicazione di questi strumenti.

SeaClear2.0 si inserisce nella strategia europea che punta a ridurre in modo significativo i rifiuti marini entro il 2030. L’elemento centrale non è solo la rimozione dei detriti, ma anche la costruzione di un sistema più efficiente e continuo, capace di operare senza interruzioni e con un impatto operativo più contenuto rispetto alle tecniche tradizionali.

Nel settore marittimo, dove l’attenzione all’ambiente sta diventando sempre più concreta anche in ambito portuale e turistico, questo tipo di tecnologia introduce un cambio di prospettiva. Non si tratta più solo di interventi episodici, ma della possibilità di gestire in modo strutturato una parte dell’inquinamento che finora è rimasta fuori portata.

© Riproduzione riservata

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