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mercoledì 25 novembre 2020

Gaetano Mura costretto al ritiro

Mura e Manuard per evitare una nave container perdono lo spi e il bompresso, la Transat è finita

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Atlantico – Il destino ha le sembianze di una nave container per Gaetano Mura e Sam Manuard, un destino ostile che pretende un prezzo molto alto per farli continuare verso il Brasile. Oggi pomeriggio, nel tentativo di evitare una nave container, Bet1128 ha infilato lo spi in mare e con la sua forza ha strappato il boma e fatto altri danni.

Gaetano, poche ore dopo l'incidente, ci ha scritto questa e-mail raccontando l’accaduto e spiegandoci cosa farà.

"Sono veramente giu! Dopo aver saputo via mail le tremende conseguenze dell’alluvione che ha colpito la mia isola i danni che abbiamo subito noi stanotte, per quanto importanti è compromettenti la gara, passano in secondo piano.

Duro colpo  per bet1128 ed il suo equipaggio stamattina all’alba a largo delle isole capoverdiane stavamo navigando cod 5 e 2 mani a grande velocità con una grossa onda formata. Dopo la notte insonne ero riuscito finalmente a stendermi sulla cuccetta per dormire quando ho sentito la voce di Sam che mi chiamava e dal tono ho intuito che bisognava sbrigarsi.

Ho tirato su la cerata che avevo calato sulle gambe, ho afferrato la giacca e sono volato fuori. Eravamo a un incrocio pericoloso con un cargo, con il quale Sam aveva già  comunicato via radio per accordarsi sulla manovra per evitare la collisione, ma il cargo ha reagito in maniera anomala. Sam ha chiuso la calza dello spi, ma questo nella manovra ha fatto una caramella (si è attorcigliato su se stesso n.d.r.) sono corso in suo aiuto, ma proprio in quel momento la bugna dello spi è andata in acqua mentre la barca stava volando giù da una grossa onda. Tutta la nostra forza per cercare di trattenerla non è servita a niente, si parlava di tonnellate di spinta.

Lo spi trascinato in mare si è riempieto come un otre e ha incominciato a lacerarsi trasportando con se l’intero bompresso che si è troncato di netto.  La vela tirava paurosamente sull’albero,  la barca si è intraversa, in quel momento abbiamo incassato un frangente che è arrivato fino a dentro la barca.

Tutto si èsvolto sotto i nostri occhi impotenti. In testa avevamo chiare le priorità, togliere via le gambe e le braccia dalle scotte impazzite. Ho messo la drizza sul winch ed ho tirato con tutta la forza per avvicinare la vela alla poppa. Ho preso il coltello dalla barra del timone e ho tagliato con fatica il Dinema (materiale sintetico estremamente resistente con cui sono costruite le cime di bordo n.d.r.) dell’ inferitura che teneva tutto.

La barca liberata dal carico ha tirato un respiro di sollievo, ma ancora non era finita. Tutta la vela con le scotte e altre manovre era sotto la barca incastrata intorno al bulbo e il bompresso penzolava pericolosamente fuoribordo vincolato solo dalla tak-line, (cima di una manovra n.d.r.) mi e venuto da piangere. E’ normale, in quei momenti ti crolla il mondo addosso, ma ho ingoiato le lacrime nel momento stesso in cui stavano arrivando e mi sono detto, "testa alta coglione che se ti dai una mossa porti le palle e la barca in Brasile!". Ho guardato Sam, non ci siamo detti niente, ma ci siamo capiti. Bisognava andare sott’acqua a sbrogliare la faccenda.

Dopo aver assicurato tutto quello che si poteva bloccare sul ponte e tentato tutto il possibile per liberare la barca senza dover fare quella spiacevole immersione, ho appoggiato la maschera al viso e messo la testa sott’acqua per avere la conferma che bisognava immergersi.

Ci sono cresciuto in acqua. Dalla finestra di casa mia in Sardegna se butto un sasso finisce in mare. Da ragazzino ho passato il mio tempo a immergermi dovunque a pescare in apnea ad esplorare le grotte con le bombole, ma andar giù lì, in mezzo all’oceano, con la barca che di traverso al mare rollava e beccheggiava senza tregua, non mi attirava per nulla, ma non c’era scelta. “Gaetà, devi andare!”, Sam aveva preparato un sistema di cime al quale avrei potuto tenermi. Per sicurezza io ho inflato il braccio in un altra scotta assicurata al winch. Mi sono messo una maglia e ho tenuto la calzamaglia per una temperatura psicologica.

Cazzo, ci sei nato sott’acqua! Ho pensato. Coltello tra i denti letteralmente parlando e, uno, due, tre, sotto. Sin da piccolo andare sott’ acqua mi ha rilassato e, incredibilmente, l’incantesimo avviene anche questa volta. Il mare era blu cobalto, bellissimo!! La mura della vela aveva fatto 2 giri attorno al piede del sail drive del motore. La barca pur senza vele, faceva un paio di nodi e io facevo una fatica immane per avvicinarmi alla vela. Faticavo molto per potermi sempre tenere in una posizione di sicurezza e non correre il rischio di essere intrappolato dal biscione che oscillava in tutti i sensi.

Una scena tragicomica, la calzamaglia si era gonfiata impedendomi di nuotare verso il centro della barca, perciò l’ho levata e l’ho lanciata a Sam. Ero nudo in mezzo all’ oceano, nudo con l’ uccello di fuori, un coltello tra i denti e un mantra nella testa che ripeteva che nulla è impossibile. Due immersioni e siamo liberi.

Sono montato a bordo come un gatto, recuperiamo il salvagente che Sam aveva filato per sicurezza, “bravò mon gars! (bravo ragazzo mio!!)” mi dice Sam con un bel sorriso e poi aggiunge “ abbiamo soluzionato anche questa”. Cosa facciamo? la gara è finita? Andiamo in brasile più veloci che possiamo. Cosi è un’altra storia, ma sarà la nostra storia. Dopo una veloce riassettata abbiamo dato il solent.

Ora c’è tanto vento e un bel mare al momento andiamo abbastanza veloci e facciamo progetti su una possibile riparazione di fortuna del bompresso appena le condizioni meteo saranno più  clementi.

Peccato, la nostra rimonta era eccezionale, cercata e sudata fino in fondo, ma bisogna essere fatalisti, c'est la vie, come diceva forest gump  "la vita e come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita", il pot au noir magari ci concede momenti d tregua per mettere una pezza.


E’ tutto da Bet 1128, ma direi che c'è n’è d’ avanzo"


Gaetano