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sabato 2 maggio 2026
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Timoniere condannato per aver obbedito a un ordine sbagliato

La Cassazione conferma la condanna di un timoniere che eseguì un ordine pericoloso: una vicenda che riguarda anche la sicurezza nel diporto.

Nella collisione tr aun cargo e un peschereccio muoiono due persone, il timoniere del cargo viene ritenuto responsabile nonostante abbia eseguito un ordine del suo ufficiale di plancia
Nella collisione tr aun cargo e un peschereccio muoiono due persone, il timoniere del cargo viene ritenuto responsabile nonostante abbia eseguito un ordine del suo ufficiale di plancia
Aladar Aladar Aladar
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Un timoniere esegue un ordine che sa essere sbagliato e uccide due persone in una collisione. Una storia che nasce nel mercantile ma che può essere una lezione anche nel diporto.

Un timoniere non può sempre difendersi dicendo di avere obbedito agli ordini del comandante. Se l’ordine ricevuto è manifestamente pericoloso e viola le regole di sicurezza della navigazione, chi lo esegue può essere chiamato a risponderne.

È il principio che emerge dalla sentenza della Cassazione penale n. 12128 del 2023, tornata d’attualità dopo la pubblicazione di un approfondimento giuridico sul caso della collisione tra il cargo Jolly Grigio e il peschereccio Giovanni Padre, avvenuta l’11 agosto 2011 al largo di Ischia. In quell’incidente morirono due pescatori.

Il caso della collisione tra Jolly Grigio e Giovanni Padre

La vicenda parla al mondo della navigazione in modo diretto, perché riguarda uno dei nodi più delicati della vita a bordo: il rapporto tra gerarchia, responsabilità personale e sicurezza. In mare esistono ruoli, comandi e procedure. Ma esiste anche un limite oltre il quale l’obbedienza non basta più a escludere la responsabilità di chi vede il pericolo e capisce che una manovra può portare a conseguenze gravi. È lo stesso principio che fa ritenere colpevole il soldato che commette un crimine di guerra per rispettare un ordine.

Il caso nasce da una collisione tra la nave mercantile Jolly Grigio e il motopeschereccio Giovanni Padre, che si trovava nel Golfo di Napoli con tre persone a bordo. Secondo le ricostruzioni pubblicate all’epoca, le condizioni meteo erano favorevoli e la visibilità era buona. Il peschereccio affondò; un uomo riuscì a salvarsi, mentre due pescatori, Vincenzo e Alfonso Guida, persero la vita.

Nel processo, il timoniere della nave cargo aveva sostenuto di avere eseguito gli ordini dell’ufficiale di coperta. La sua difesa si era fondata sull’idea che, essendo subordinato, non potesse sindacare le istruzioni ricevute. Ma per i giudici questo argomento non è stato sufficiente. La Cassazione ha ritenuto decisivo un passaggio: il timoniere si era reso conto del rischio e aveva anche suggerito una manovra diversa, più incisiva, oltre all’uso del segnale acustico per avvisare l’altra imbarcazione. Indicazione che l’ufficiale non ha voluto ascoltare.

Quando l’ordine sbagliato non esclude la responsabilità

È proprio questo elemento a cambiare il peso della sua posizione. Non si trattava, secondo la Corte, di un marinaio ingannato da una rappresentazione errata dei fatti, né di una persona incapace di comprendere ciò che stava accadendo. Al contrario, la sua stessa proposta alternativa dimostrava che aveva percepito il pericolo. E quando il pericolo è chiaro, l’ordine sbagliato non diventa legittimo solo perché arriva da un superiore.

La sentenza non cancella il valore della catena di comando. A bordo, soprattutto su una nave, la disciplina è necessaria. Ogni ruolo ha una funzione precisa e l’organizzazione serve a evitare confusione nei momenti critici. Ma la Cassazione chiarisce che la gerarchia non può trasformarsi in una rinuncia al giudizio, quando sono in gioco vite umane e regole essenziali della navigazione.

Il principio è importante anche per chi naviga su unità più piccole, dalle barche a vela ai mezzi da diporto con equipaggio. In mare, le decisioni spesso si prendono in pochi secondi. Una rotta che non torna, una precedenza ignorata, un segnale non dato, una manovra rimandata possono cambiare il destino di una navigazione. La responsabilità non riguarda solo chi comanda, ma anche chi, avendo competenza ed esperienza, vede il rischio e sceglie comunque di restare passivo.

La Corte ha richiamato il concetto di ordine illegittimo. In termini semplici, non ogni comando ricevuto deve essere eseguito se la sua pericolosità è evidente. La difesa aveva invocato l’adempimento di un dovere, ma i giudici hanno escluso che questa scriminante potesse valere davanti a un ordine in contrasto con regole basilari di sicurezza. Il timore di conseguenze disciplinari, secondo la ricostruzione della sentenza, non poteva giustificare l’esecuzione di una manovra ritenuta pericolosa.

Come la vicenda riguarda il diporto

A bordo delle barche a vela spesso c’è una persona che svolge il ruolo di comandante e altri quello di timoniere. Può succedere che il timoniere non sia d’accordo con il comandante, ma alla fine obbedisca all’indicazione dello skipper perché riconosce che a bordo serve avere una gerarchia. Tuttavia, se l’ordine dello skipper mette palesemente in pericolo la vita dell’equipaggio o di chi naviga in mare, il timoniere non è più tenuto a eseguire l’ordine. Anzi, se lo fa, può essere ritenuto responsabile delle conseguenze, se sarà riconosciuto che aveva l’esperienza e le competenze necessarie a capire che quello era un ordine pericoloso.

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