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giovedì 23 aprile 2026
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Per non ammettere di aver lasciato la barca al pilota automatico, ora rischia l'ergastolo

Scontro tra barca a vela e motoscafo sul Lago di Costanza, la morte di una donna porta a ipotesi di omicidio premeditato sull abase degli elementi tecnici

Una donna muore in una collisione con una barca a motore, il giovane skipper del motoscafo per salvarsi e non ammettere che aveva affidato la barca al pilota automatico, rischia la pena dell'ergastolo
Una donna muore in una collisione con una barca a motore, il giovane skipper del motoscafo per salvarsi e non ammettere che aveva affidato la barca al pilota automatico, rischia la pena dell'ergastolo
Gais Gais Gais
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Un incidente tra una barca a vela e un motoscafo sul Lago di Costanza, dove una donna di 57 anni ha perso la vita e suo marito si è salvato all’ultimo momento gettandosi in acqua, si trasforma in un caso giudiziario molto più grave del previsto: la morte della velista, inizialmente considerata conseguenza di una collisione per negligenza, potrebbe ora portare a un’accusa di omicidio.

La dinamica dell’impatto e i dubbi sulla versione del comandante

Secondo la ricostruzione dei fatti, la barca a vela stava navigando regolarmente, con tutte le vele issate e una superficie velica di circa 24 metri quadrati, quindi ben visibile anche a distanza. Le condizioni non erano tali da giustificare una mancata visibilità: non risulta nebbia fitta né situazioni che potessero compromettere in modo significativo la percezione visiva. Nonostante questo, il motoscafo ha mantenuto una rotta costante per diversi minuti fino all’impatto, senza alcuna manovra evasiva.

Il comandante della barca a motore, un giovane di 27 anni, ha dichiarato in tribunale, supportato dagli amici presenti a bordo, di essere al timone e di guardare avanti mentre procedeva a circa 15-18 nodi, sostenendo di non aver visto la barca a vela. Una versione che però presenta evidenti criticità: a quella velocità, con mare relativamente aperto e visibilità normale, una barca a vela di quelle dimensioni non può semplicemente “sparire”.

Sei minuti in rotta di collisione e il sospetto del pilota automatico

Il punto centrale della vicenda emerge proprio qui. Il perito nominato dal tribunale ha sollevato forti dubbi sulla credibilità della versione fornita: non vedere una barca a vela con quelle caratteristiche, in quelle condizioni, appare altamente improbabile. Ancora più grave è il dato tecnico emerso dalle analisi: il motoscafo avrebbe mantenuto una rotta di collisione per circa sei minuti prima dell’impatto, a una velocità molto più alta di quella dichiarata. Sei minuti sono un tempo lunghissimo in navigazione, sufficiente non solo per individuare un ostacolo, ma anche per correggere la rotta più volte.

Questo elemento cambia completamente il quadro. Non si tratta più di una distrazione di pochi secondi, ma di una condotta prolungata nel tempo. Il sospetto è che l’imbarcazione potesse essere affidata al pilota automatico mentre l’equipaggio era impegnato in altre attività, e che questa circostanza sia stata nascosta per evitare responsabilità più gravi.

Dal colposo al premeditato, un’accusa che cambia tutto

Di fronte a queste incongruenze, il giudice ha deciso di interrompere il processo dichiarandosi non competente e ha deferito il caso a un tribunale penale superiore. La motivazione è pesante: potrebbe non trattarsi di un semplice incidente, ma di un’azione che configura addirittura l’omicidio premeditato. Il ragionamento è lineare e difficile da ignorare: se si procede per minuti in linea retta verso un’altra imbarcazione, senza intervenire, mentre si è teoricamente al comando e si guarda avanti, diventa legittimo chiedersi se quella rotta non sia stata mantenuta consapevolmente, con la coscienza che la collisione che si stava per provocare avrebbe potuto uccidere delle persone.

Per il giovane alla guida del motoscafo, il cambio di prospettiva è radicale. Si passa da un’ipotesi di omicidio colposo — che avrebbe comportato una pena relativamente contenuta — a un’accusa di omicidio premeditato, che può arrivare fino all’ergastolo. Un salto enorme, determinato non da un dettaglio marginale, ma dalla lettura complessiva dei fatti e, soprattutto, dal tempo durante il quale la collisione poteva essere evitata.

Con tutta probabilità, il ragazzo nel processo per omicidio premeditato ammetterà che la barca era condotta dal pilota automatico e questo comporterà una pena detentiva per lui e anche per i suoi amici che hanno dato falsa testimonianza.

© Riproduzione riservata

Aladar Aladar Aladar
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