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venerdì 27 novembre 2020

Il naufrago cacciatore di squali racconta la sua avventura

Aggiornamento sulla storia dell’uomo che è andato alla deriva per 13 mesi

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Ebon (atollo isole Marshall) – Giovedì 30 gennaio Solovela ha pubblicato la notizia del ritrovamento, avvenuto il giorno prima, su un isolotto disabitato dell’atollo Ebon alle isole Marshall in Pacifico, di un uomo e di una piccola barca di sette metri. L’uomo che parlava solo spagnolo era riuscito a farsi capire a stento dai locali che parlavano solo il marshallese e un po’ d’inglese, e aveva raccontato che era giunto sull’isola il giorno prima portato dalla corrente dopo quasi 14 mesi di deriva nell’oceano.

Ora che Jose Salvador Albarengo, questo il suo nome, è stato portato a Majuro, l’isola maggiore dell’arcipelago delle Marshall, a 22 ore di barca da dove è stato trovato, e dove l’ambasciatore americano alle Marshall, Thomas Armbruster, si è prestato a fare da interprete, si può conoscere la sua storia.

Jose Salvador Albarengo è un pescatore di squali salvadoregno di 37 anni. Pochi giorni prima del Natale del 2012 era partito con la sua piccola barca insieme ad un ragazzo di cui non si sa bene l’età, ma che doveva avere tra i 15 e i 18 anni di nome Xiquel.

I due erano a caccia di squali per conto della società messicana Camoronera Dela Costa e avrebbero dovuto fare ritorno la sera. La barca era un 7 metri con un motore fuoribordo il quale, quando ormai erano a diverse miglia da terra, si è spento e non è più ripartito.

Il vento è rinforzato e la barca è stata portata via verso il largo. Josè non aveva con sè nessuno strumento di comunicazione utile a quella distanza da terra. Non ha modo di chiedere aiuto.

Quello che inizialmente sembra essere un banale incidente, nel giro di qualche ora prende i contorni di un dramma. Josè e Xiquel da prima sperano di essere avvistati da qualche nave di passaggio, ma nessuno si accorse di loro. I giorni passarono e i due hanno fame. Josè riesce a catturare degli uccelli e dei pesci a mani nude. Quella carne cruda rappresenta per loro l'unica probabilità di sopravvivere, ma Xiquel non sopporta quell’odore e non riesce a mangiare.

La paura, la poca acqua e il poco cibo, in pochi giorni, riducono i due alla disperazione. Dopo qualche settimana, Xiel muore di fame e di stenti.

Josè rischia d’impazzire, "Volevo uccidermi – racconta all’ambasciatore americano - ma non ce l'ho fatta".

Passano le settimane, poi i mesi. Josè non sa più dove si trova, per due volte deve affrontare delle tempeste oceaniche con onde gigantesche che rischiano di ribaltare la barca. Raccoglie l’acqua piovana per bere e quando questa scarseggia, beve il sangue delle tartarughe marine che riesce a cacciare con una certa facilità.

Il racconto di Josè non è sempre chiaro, l’uomo è ancora frastornato e molto debole.

Dopo quasi 14 mesi passati in mare e 8000 percorse a una media di 2 nodi trasportato dalle correnti e dai venti, Jose è arrivato alle Marshall: "Avevo appena ucciso un uccello per mangiarlo - ha detto - e ho visto degli alberi in lontananza. Ero stanchissimo e mi sono addormentato. Quando mi sono risvegliato, la mattina dopo, ho sentito un gallo cantare e due donne che urlavano, lì ho capito che ero salvo.”

L’antropologa norvegese Ola Fjeldstad, una delle persone che hanno trovato Josè sulla piccola isola, ha dichiarato alla BBC che la barca era in pessime condizioni, lo scafo completamente coperto da alghe e molluschi, al suo interno una tartaruga ancora viva, diversi carapaci, i resti di un uccello e alcuni pesci volanti morti.

“Josè è disidratato, ha difficoltà a stare in piedi e non è del tutto lucido, ma vista l’avventura che ha vissuto, le sue condizioni generali si possono definire buone”, hanno dichiarato i medici dell’ospedale di Majuro.

Grazie alle notizie raccolte, le autorità delle isole Marshall, si sono attivate per rintracciare la famiglia d’origine del pescatore.