
La classe Ultim torna improvvisamente al centro della scena offshore con un nuovo progetto americano che punta a costruire il trimarano più veloce mai visto. Non una semplice evoluzione, ma l’inizio di una sfida aperta tra studi di progettazione, dove l’obiettivo non è vincere una regata, ma ridefinire il limite della velocità a vela.
Un nuovo progetto riaccende la corsa alla velocità
Dopo anni in cui i grandi trimarani da 100 piedi sembravano aver raggiunto un equilibrio fatto di ottimizzazioni e controllo dei costi, qualcosa si è rimesso in moto. Il varo del Gitana 18 e l’annuncio del nuovo Banque Populaire avevano già dato un segnale. Ora, con il progetto americano Argo, la sensazione è diversa: non si tratta più di aggiornare, ma di ripartire da capo.
Il team statunitense ha affidato a VPLP Design la realizzazione di un nuovo Ultim, con costruzione prevista presso il cantiere Multiplast e varo programmato per il 2029. Le linee definitive saranno pronte entro il 2026, mentre l’avvio della costruzione è previsto all’inizio del 2027.
Record oceanici al centro del progetto
Quello che cambia davvero è l’approccio. Il progetto Argo non nasce per inserirsi nel circuito classico delle regate, ma per attaccare i record. Traversate atlantiche, rotte storiche come quella di Colombo e, soprattutto, il giro del mondo in tempi sempre più ridotti: è qui che si gioca la partita. Una scelta che libera i progettisti da parte dei vincoli di classe e apre uno spazio nuovo, dove sperimentare senza compromessi.
In questo contesto, il confronto si sposta. Non più solo tra team, ma tra studi di progettazione. Gli stessi che negli ultimi anni hanno rivoluzionato la classe IMOCA ora si ritrovano a competere su una scala ancora più estrema. L’obiettivo non è soltanto progettare una barca veloce, ma creare un sistema capace di mantenere velocità elevate per giorni, in condizioni oceaniche difficili, con margini di sicurezza sempre più sottili.
Una sfida tra innovazione e limiti strutturali
È una dinamica che ricorda altre fasi della storia della vela, quando il progresso passava attraverso sfide tecnologiche radicali. Dai multiscafi dell’America’s Cup alle prime applicazioni dei foil, ogni salto in avanti è nato da contesti simili: meno regole, più libertà, maggiore rischio.
La differenza, oggi, è che tutto avviene sotto gli occhi di una comunità che ha già visto cosa significa portare queste macchine al limite. Gli incidenti, le rotture strutturali e le campagne interrotte hanno lasciato il segno. Ed è anche per questo che il ritorno agli Ultim non è solo entusiasmo: è una scommessa.
Il progetto Argo sembra inserirsi proprio in questo equilibrio fragile. Da una parte la volontà di spingere oltre il confine della velocità, dall’altra la consapevolezza che ogni nodo guadagnato ha un costo, spesso invisibile fino al momento in cui qualcosa cede.
Intanto, però, la direzione è chiara. La classe che sembrava aver esaurito la propria spinta torna a essere un laboratorio aperto. E questa volta, più che una competizione tra barche, si sta delineando una competizione tra idee.
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