
Ferrari Hypersail ha mostrato per la prima volta le forme definitive del suo scafo. Con il demoulding, l’operazione con cui il guscio viene estratto dallo stampo, il progetto velico del Cavallino ha superato una delle fasi più delicate della costruzione e si avvicina al momento in cui la barca potrà iniziare a diventare un organismo completo, non più solo una struttura in carbonio, ma un sistema complesso fatto di appendici, impianti, elettronica, controlli e scelte tecniche da verificare in acqua.
Le immagini diffuse in questi giorni raccontano più di quanto possa sembrare a un primo sguardo. Lo scafo di Ferrari Hypersail non è soltanto il corpo di una barca da regata, ma il punto d’incontro tra due mondi che raramente si sono parlati con questa intensità: l’ingegneria automobilistica di alta prestazione e la vela oceanica. Il progetto, disegnato da Guillaume Verdier, il padre degli IMOCA, nasce infatti come un monoscafo di circa 100 piedi pensato per navigare sollevato sull’acqua grazie ai foil, con un sistema di appoggio che comprende timone, appendici laterali e una chiglia basculante dotata di superficie portante.

Ferrari Hypersail, il valore tecnico dell’uscita dallo stampo
L’uscita dallo stampo chiude un lavoro iniziato molti mesi fa, fatto di laminazioni, cotture dei materiali compositi e integrazione delle strutture interne. Lo scafo è stato realizzato con una stratificazione complessa, composta da skin esterna, schiume, nido d’ape e laminazioni in carbonio, con l’obiettivo di trovare un equilibrio tra leggerezza, rigidità e resistenza.
Questa è una fase che nella costruzione di una barca di questo tipo ha un valore tecnico e simbolico. Finché lo scafo è dentro lo stampo, il progetto resta in parte nascosto. Quando viene liberato, invece, cominciano a emergere le proporzioni reali, le linee d’acqua, i volumi, la distribuzione delle masse e l’idea complessiva che guiderà il comportamento della barca. Nel caso di Ferrari Hypersail, ogni superficie sembra pensata per rispondere a una funzione precisa: ridurre resistenza, sostenere il volo, proteggere l’equipaggio e permettere alla barca di affrontare lunghe navigazioni oceaniche a velocità elevate.

Dopo il demoulding inizia la fase degli impianti
Ora il lavoro si sposta su una fase meno visibile, ma altrettanto decisiva. Dopo il demoulding inizierà l’installazione dei sistemi meccanici, idraulici ed elettrici, passaggio che porterà la barca verso i futuri test in acqua. È qui che il progetto dovrà dimostrare di poter trasformare le intenzioni in affidabilità. Perché una barca oceanica non deve solo essere veloce: deve restare controllabile, efficiente e sicura quando il mare cambia, quando le sollecitazioni aumentano e quando ogni componente viene messo alla prova per giorni.
Ferrari Hypersail nasce anche con un obiettivo energetico ambizioso: essere autosufficiente dal punto di vista dell’energia. Non si tratta di un dettaglio accessorio, ma di uno degli elementi che rendono il progetto diverso da una normale barca da record. L’idea è usare la vela come piattaforma di ricerca, portando in mare competenze sviluppate in altri settori e verificandole in un ambiente dove non esistono condizioni facili.

Un prototipo da osservare con attenzione
Il percorso, però, resta complesso. Nei mesi scorsi il progetto ha cambiato guida, con l’uscita di Giovanni Soldini e l’arrivo di Enrico Voltolini come nuovo project leader. Ferrari Hypersail entra quindi in questa fase con una barca ormai visibile nelle sue forme, ma con molte prove ancora davanti.
L’uscita dello scafo dallo stampo non è il punto d’arrivo. È piuttosto il momento in cui la barca smette di essere un’idea raccontata attraverso rendering, disegni e annunci, e comincia a confrontarsi con la materia. Da qui in avanti saranno i dettagli a fare la differenza: il peso reale, la precisione degli impianti, la risposta delle appendici, la gestione dell’energia e, soprattutto, il comportamento in mare.
Per la vela italiana e internazionale, Ferrari Hypersail resta un progetto da osservare con attenzione. Non appartiene alle classi tradizionali, non nasce per inserirsi dentro regolamenti già esistenti e non cerca una strada semplice. È un prototipo pensato per esplorare un territorio tecnico ancora aperto, dove la velocità conta, ma conta anche la capacità di trasformare la sperimentazione in conoscenza. L’uscita dello scafo definitivo dallo stampo rende questo percorso più concreto: ora la barca esiste, e il mare sarà il prossimo giudice.
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