
Il 14 maggio ricorre l’anniversario dell’affondamento del Pride of Baltimore, la goletta americana colpita da una raffica improvvisa nell’Atlantico.
Il 14 maggio ricorre l’anniversario dell’affondamento del Pride of Baltimore, la goletta americana che nel 1986 scomparve nell’Atlantico a nord di Porto Rico dopo essere stata colpita da una violenta raffica improvvisa. In pochi minuti la barca si rovesciò, imbarcò acqua e affondò. Quattro persone persero la vita: il comandante Armin Elsaesser, l’ingegnere Vincent Lazzaro, il carpentiere Barry Duckworth e la giovane marinaia Nina Schack. Otto membri dell’equipaggio riuscirono invece a sopravvivere su una zattera di salvataggio, alla deriva per oltre quattro giorni prima di essere avvistati dalla petroliera norvegese Toro.
A distanza di quarant’anni, la storia del Pride of Baltimore resta una delle pagine più intense della vela tradizionale moderna. Non solo per la tragedia in sé, ma per ciò che quella barca rappresentava: una città, una tradizione marinara, un modo di navigare che univa memoria storica e presenza viva del mare.

Una goletta simbolo di Baltimora
Il Pride of Baltimore non era una nave museo ferma in porto. Era una riproduzione navigante di un Baltimore Clipper, una tipologia di goletta veloce e affilata resa famosa all’inizio dell’Ottocento, anche durante la guerra del 1812. Lunga circa 42 metri fuori tutto — circa 29 metri di scafo — con una larghezza di poco superiore ai 7 metri, era stata costruita tra il 1976 e il 1977 per diventare il simbolo della rinascita dell’Inner Harbor di Baltimora e per portare nel mondo l’immagine della città e del Maryland. In nove anni aveva percorso più di 150.000 miglia, visitando porti americani, caraibici ed europei. Era una barca pensata per essere vista, visitata, raccontata. Ma soprattutto era una barca che navigava davvero.
Nel maggio del 1986 il Pride of Baltimore stava rientrando verso casa dopo una campagna europea. Aveva attraversato l’Atlantico, toccato porti nel Mare del Nord, nel Baltico, nella Manica e nel Mediterraneo. Per una goletta ispirata a un modello di 150 anni prima, quella rotta era anche un viaggio simbolico: riportare in Europa le linee di una tradizione nata sulla costa orientale americana, quando la velocità era una forma di sopravvivenza e di identità.
La notte dell’affondamento
La sera del 13 maggio il vento cominciò a rinforzare. L’equipaggio ridusse la velatura, come si fa quando il mare chiede attenzione e la barca deve essere alleggerita. Nulla, però, lasciava immaginare la rapidità di quello che sarebbe accaduto poche ore dopo. Secondo le ricostruzioni delle indagini, il Pride of Baltimore fu investito da un vento improvviso e molto violento, compatibile con un microburst, un fenomeno meteorologico localizzato capace di generare raffiche intense in tempi brevissimi.
È uno degli elementi che, pur in un contesto molto diverso, richiama alla mente l’affondamento del Bayesian, avvenuto nel 2024 davanti a Porticello. Anche in quel caso, nella notte, il maltempo e un vento molto forte fecero da sfondo a una sequenza rapidissima. Se per il Bayesian il vento fu solo uno degli elementi che portarono all’affondamento, e neanche il principale, come per il Pride of Baltimore la dinamica fu segnata da uno sbandamento estremo: la barca si inclinò oltre un punto critico e si inabissò in pochissimi minuti, dopo essersi allagata molto rapidamente.
Anche nel caso del Pride of Baltimore, la barca sbandò oltre il proprio limite di stabilità. L’acqua entrò rapidamente a bordo attraverso un’apertura e, complice l’assenza di paratie stagne interne, invase lo scafo. La goletta affondò senza che l’equipaggio avesse il tempo di lanciare una richiesta di soccorso. La velocità della sequenza è uno degli elementi che rendono questa storia ancora oggi così dura da leggere: una nave conosciuta, preparata, condotta da professionisti, cancellata dal mare in un tempo quasi impossibile da accettare.
Il parallelo con il Bayesian
Lo stesso senso di incredulità ha accompagnato molte delle domande nate dopo il naufragio del Bayesian: com’è possibile che una grande unità possa passare, in così poco tempo, da una situazione di apparente controllo a una perdita totale? La risposta, in entrambi i casi, passa dal concetto di stabilità. Una barca può resistere a uno sbandamento importante, ma se supera un determinato punto critico e l’acqua entra dove non dovrebbe entrare, la capacità di raddrizzarsi può ridursi rapidamente. Da quel momento, il tempo disponibile per reagire diventa brevissimo.
Gli otto superstiti del Pride of Baltimore riuscirono a raggiungere una zattera di salvataggio. Era piccola, danneggiata, insufficiente per offrire una vera protezione. Rimasero in mare per quattro giorni e sette ore, con pochissima acqua e poco cibo, vedendo passare alcune navi senza essere notati. Solo il 19 maggio, nella notte, una luce attirò l’attenzione di una vedetta della petroliera norvegese Toro. Quella luce cambiò il destino dei sopravvissuti.
Le indagini e le lezioni per la vela
La tragedia colpì profondamente Baltimora. Il Pride era stato costruito come simbolo civico, ma in mare era diventato qualcosa di più personale: un legame tra la città e la sua storia, tra la cultura del porto e la vela d’altura, tra la memoria delle navi veloci del passato e la navigazione contemporanea. La perdita della goletta non fu vissuta solo come un incidente marittimo. Fu percepita come la perdita di una parte dell’identità della città.
Dalle indagini emersero elementi tecnici importanti. La causa principale fu individuata nella comparsa improvvisa di vento ad alta velocità, capace di portare la barca a uno sbandamento estremo e all’allagamento. Tra i fattori che contribuirono all’affondamento furono indicati l’ingresso dell’acqua e la mancanza di paratie stagne, che permisero all’allagamento di estendersi rapidamente all’interno dello scafo. Anche la gestione e la disponibilità dei mezzi di salvataggio furono oggetto di analisi.
Per il mondo della vela, il caso del Pride of Baltimore resta un promemoria severo. Il mare non concede sempre il tempo di reagire. Una raffica locale, una zona temporalesca, un’apertura lasciata vulnerabile, una compartimentazione insufficiente possono trasformare una situazione difficile in una perdita totale. Non è una lezione che riguarda solo le grandi navi tradizionali. Riguarda ogni barca che naviga lontano dalla costa, ogni equipaggio che deve prepararsi non solo alla burrasca prevista, ma anche all’imprevisto, anche se nessuna barca a vela moderna, che non fosse un superyacht, sarebbe affondata solo per essersi sbandata oltre i 70°. Le barche a vela, anche a 90°, tornano in assetto quando la raffica cessa o quando qualcuno molla la scotta di randa.
Il parallelo con il Bayesian serve proprio a questo: non a sovrapporre due naufragi diversi, ma a ricordare che nelle tragedie di mare la rapidità è spesso l’aspetto più difficile da comprendere. Una barca non affonda sempre lentamente, non concede sempre il tempo di organizzare l’abbandono, non dà sempre segnali progressivi. A volte la perdita di stabilità, l’ingresso dell’acqua e l’impossibilità di tornare dritti si concentrano in una finestra di tempo molto breve.

La memoria del Pride of Baltimore
Dopo il naufragio, la storia del Pride non si chiuse. La risposta della comunità fu la costruzione del Pride of Baltimore II, varato nel 1988 come nave memoriale e nuovo ambasciatore a vela del Maryland. Non fu una semplice sostituzione. Fu un modo per trasformare una perdita in continuità, per ricordare le quattro vittime non con il silenzio, ma con una barca ancora capace di navigare, accogliere persone a bordo e raccontare una storia.
Il 14 maggio, l’anniversario dell’affondamento del Pride of Baltimore non è soltanto una data nella cronaca dei naufragi. È il ricordo di una barca nata per rappresentare una città e scomparsa mentre tornava verso casa. È il ricordo di quattro persone rimaste in mare con lei. Ed è anche una riflessione sulla fragilità della navigazione, dove bellezza, competenza e rischio convivono sempre nello stesso orizzonte.
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