
Un’onda alta 481 metri si è sollevata nel fiordo di Tracy Arm, nel sud-est dell’Alaska, ed è stata riconosciuta dagli scienziati come il secondo tsunami più alto mai registrato. È accaduto il 10 agosto 2025, alle 5.30 del mattino, ma la notizia arriva solo ora con la pubblicazione dello studio sulla rivista Science. Nessuna barca si trovava nel punto dell’impatto, nessuna nave da crociera è stata investita direttamente, nessuno ha visto l’onda nel momento in cui si è formata. Eppure, in pochi istanti, una parete d’acqua più alta della maggior parte dei grattacieli ha risalito le sponde di un fiordo frequentato ogni estate da navi turistiche, kayak e imbarcazioni da escursione.
La frana che ha sollevato il fiordo
La dinamica ricostruita dai ricercatori è tanto semplice quanto impressionante. Oltre 60 milioni di metri cubi di roccia si sono staccati da un versante montuoso vicino al South Sawyer Glacier e sono precipitati nel fiordo. L’impatto ha spinto l’acqua verso l’alto, generando un megatsunami che ha lasciato un segno netto sulle pareti rocciose: alberi e vegetazione sono stati strappati fino a 481 metri di quota. Più che una grande onda in mare aperto, è stato un fenomeno confinato in un ambiente stretto, ripido, chiuso, dove l’energia non si disperde subito ma rimbalza tra le pareti come dentro una cassa di risonanza.
È anche per questo che quasi nessuno se n’è accorto subito. Non c’erano telecamere puntate sul punto del crollo, non c’erano testimoni davanti all’onda principale, non c’erano imbarcazioni nella zona più colpita. Alcuni kayakisti, accampati più lontano, si sono svegliati vedendo l’acqua muoversi in modo anomalo e trascinare via attrezzature. Altri osservatori hanno descritto correnti forti, acqua bianca e onde più basse, ma nulla che facesse immaginare l’enormità di ciò che era appena avvenuto all’interno del fiordo.
Lo tsunami scoperto dopo, grazie ai dati
La scoperta è arrivata dopo, mettendo insieme immagini satellitari, rilievi aerei, dati sismici, testimonianze e modelli numerici. I sismometri hanno registrato vibrazioni prodotte dall’acqua che continuava a oscillare nel fiordo per circa 36 ore. Questo movimento, chiamato seiche, è una sorta di andirivieni dell’acqua intrappolata in un bacino chiuso o semi-chiuso. In pratica, dopo l’onda iniziale, il fiordo ha continuato a “suonare” a lungo, come se il colpo provocato dalla frana avesse messo in movimento l’intero specchio d’acqua.
La frana che ha provocato l’enorme tsunami è figlia dei cambiamenti climatici. Il repentino ritirarsi del ghiacciaio sul quale poggiava parte della montagna, 500 metri in poche settimane, ha lasciato la roccia senza supporto e questa ha ceduto.
Il precedente di Lituya Bay e il segnale per chi naviga
Il megatsunami del 2025 è secondo solo a quello di Lituya Bay, sempre in Alaska, dove nel 1958 un’onda raggiunse circa 520 metri. Anche in quel caso il fenomeno fu legato a una frana caduta in un bacino stretto. La differenza, oggi, è che strumenti satellitari e reti sismiche permettono di ricostruire eventi che in passato sarebbero rimasti quasi invisibili, soprattutto quando avvengono lontano dai centri abitati.
La parte più importante dello studio non è però il record. È il segnale che arriva da questi ambienti. I ricercatori sottolineano che, prima del crollo, si erano verificati piccoli terremoti in aumento nelle ore e nei giorni precedenti. Non bastavano, da soli, a prevedere con certezza il distacco della montagna, ma indicano una strada: se si riuscisse a monitorare meglio i versanti instabili, alcune aree potrebbero essere valutate con maggiore attenzione e, in futuro, forse interdette o segnalate prima che avvenga il collasso.
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