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11 ottobre 2013: Quando gli italiani smisero di essere eroi

11 ottobre 2013: Quando gli italiani smisero di essere eroi

Nell’ottobre del 2013 a largo di Lampedusa ci fu un naufragio e 268 migranti siriani persero la vita tra i quali 60 bambini. Una nave militare italiana era ad appena 17 miglia e avrebbe potuto evitare la tragedia, ma non lo ha fatto, aspettando a poca distanza che questa si consumasse
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ultimo aggiornamento
01 gen 2021
Autore
Maurizio Anzillotti
11 ottobre 2013: Quando gli italiani smisero di essere eroi
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A ottobre 2018, sul numero 48 di SVN Solovelanet, pubblicammo un articolo che aveva come sottotitolo, “Quando gli italiani erano eroi”. Si parlava di come nel 1979, l’Italia intera si mosse con la marina militare in testa per andare dall’altra parte del mondo a salvare i Boat People del Vietnam.

Gli italiani furono tra i pochissimi a organizzare un’azione umanitaria e tutta la nazione si sentì orgogliosa di quanto la nostra marina aveva fatto. Oggi purtroppo ci troviamo a dover pubblicare un articolo dove il sottotitolo dice esattamente il contrario “Quando gli italiani smisero di essere eroi e diventarono assassini”.

Il primo pomeriggio dell’11 ottobre del 2013, a 17 miglia dalla nave da guerra della Marina Militare Italiana Libra, al largo della Libia, un peschereccio con 480 siriani a bordo tra i quali 60 bambini, chiede aiuto. Sono persone che fuggono dalla guerra di Bashar Hafiz al-Asad, dai gas, dalle tortue.

Il viaggio che li avrebbe dovuti condurre in Italia era di quelli di lusso, per i quali gli scafistichiedono molto di più del solito e per questo sono rivolti all’intellighenzia dei paesi in guerra. A bordo della barca infatti c’erano medici, avvocati, ingegneri oltre a tanta altra povera gente.

Molte le famiglie.

La notte precedente, una motovedetta della Marina Libica - quelle stesse motovedette alle quali alcuni nostri governi hanno chiesto di salvare i migranti al posto nostro - ha sparato sullo scafo siriano nel tentativo di farlo affondae, è questa infatti la soluzione per risolvere il problema immigrazione adottata dai militari libici e da chi a loro si rivolge.

A bordo ci sono feriti, ma soprattutto il peschereccio imbarca acqua attraverso i grandi buchi lasciati dalle mitragliatricilibiche e sta affondando.

Alcuni uomini, tra i quali il dottor Mohanad Jammo, capo anestetista dell’ospedale di Aleppo, in fuga dalla guerra con sua moglie e i suoi tre bambini, chiamano la Guardia Costiera Italiana con il loro satellitare e chiedono aiuto.

La Guardia Costiera, pur sapendo bene che nelle vicinanze del peschereccio c’è la nave Libra, che in meno di un’ora potrebbe intervenire e salvare tutte le 480 persone a bordo, risponde di chiamare Malta, che è il paese più vicino al peschereccio siriano. Ma Malta è a 118 miglia di distanza, le motovedette Maltesi se anche partissero immediatamente avrebbero bisogno di 6 ore per raggiungere quella barca, un tempo che le persone a bordo non hanno.

Il capitano di fregata Licciardi, comandante delle operazioni che si svolgono nell’ottobre del 2013 in quella parte del Mediterraneo e che risponde direttamente al contrammiraglio Francesco Sollitto, il numero due della Marina Militare del tempo, dà ordine di non rispondere alla richiesta di soccorso, anzi ordina alla Libra di tenersi a distanza dal luogo di quello che presto sarà un sanguinoso naufragio.

Catia Pellegrino, il comandante della Libra, non solo non contesta gli ordini, ma anzi si mostra pienamente collaborativa, un’obbedienza che condanna 268 persone.

Intorno alle 17, dopo che la Guardia Costiera Italiana ha continuato a rifiutae il soccorso a chi chiamava disperato urlando - we are dying, we are dying - il peschereccio si capovolge.

Annegano 268 persone, tra questi 60 bambini inclusi i due figlimaschi del dottor Mohanad Jammo che non può fare nulla per salvarli. Altri due medici di Aleppo, che oggi come Mohanad Jammo sono rispettati professionisti in Germania, hanno perso i loro figli, la stessa sorte è toccata ad altre decine di famiglie.

Dopo il naufragio il “coraggioso” capitano Catia Pellegrino che nel 2015 riceverà anche una onorificenza dal presidente Mattarella, inverte la rotta e invia l’elicottero della Libra a lanciare giubbotti di salvataggio e zattere, ma è troppo tardi.

Da un aereo della Marina Militare Maltese che vola sul peschereccio per monitorare la situazione, continuano a chiedere alla Libra di intervenire perché le loro motovedette sono ancora troppo lontane. I due piloti vedono i bambini, uno a uno smettere di lottare con le onde e perdersi nelle profondità del mare.

L’11 ottobre del 2013, la Marina Militare e la Guardia Costiera hanno distrutto l’onore e la dignità di un popolo che in più occasioni si è distinto per generosità e altruismo.

Quel giorno tutto quello che era stato fatto prima, compresi i fatti del 1979 quando l’Italia intera si era mossa per salvare in mare i profughi Vietnamiti, è stato cancellato.

Per quanto le autorità abbiano cercato di nascondere l’accaduto, quel giorno noi italiani abbiamo smesso di essere eroi e siamo diventati assassini.

Nel 2017 Fabrizio Gatti dell’Espresso ha riportato alla luce il caso della Libra con il filmdocumentario “Un unico destino” e continua a seguire le evoluzioni della vicenda.

Anche grazie a questo giornalista, la magistratura ha dimostrato maggiore attenzione, e ora, a metà agosto 2020, ha rifiutatoper la seconda volta di archiviare la posizione del comandante della Libra, l’ufficialdella Marina Militare Italiana Catia Pellegrino che ha abbandonato al loro destino 480 persone tra le quali 60 bambini.

“Un unico destino” riporta le voci dei protagonisti, i loro racconti e le telefonate fatte durante il naufragio, riporta gli ordini di Licciardi e degli altri ufficia coinvolti, le telefonate tra la nave e il comando di Roma, dimostrando come molti di coloro che dal 2013 a oggi hanno ricevuto medaglie e sono stati considerati eroi, hanno infangato la divisa che portavano, disonorando tutti coloro, e sono tanti, che invece hanno anteposto la vita umana a ordini sconsiderati.

Il perché di una strage


Sul sito dell’Espresso, 24 settembre 2017 all’interno di un articolo dedicato al caso Libra, il giornalista Fabrizio Gatti si chiede perché gli ammiragli non siano più sotto inchiesta e perché la Marina in quel frangente si sia comportata a quel modo.

Si legge: “Un indizio c’è. L’abbiamo trovato nelle copiose dichiarazioni consegnate all’agenzia Ansa dall’allora capo di Stato maggiore della Marina, ammiraglio Giuseppe De Giorgi, prima e dopo il naufragio in cui a poche miglia da nave Libra quel pomeriggio annegano 268 persone scappate dalla Siria.

Sessanta i bambini scomparsi in mare. È questo il clima che influenza le decisioni degli ufficialida settimane l’ammiraglio De Giorgi batte cassa al governo e dopo l’altra tragedia di Lampedusa, avvenuta una settimana prima, il 3 ottobre (morirono 388 persone e anche in questa occasione si sollevarono dei dubbi sul comportamento della Guardia Costiera n.d.r.), la Marina militare sostiene che senza nuovi investimenti non può affontare i compiti di soccorso.

Insomma, che sia Malta a uscire, anche se è molto lontana da Lampedusa e dal quadrante meridionale del Mediterraneo. Il braccio di ferro di De Gior-gi, prima con il premier Enrico Letta e poi con Matteo Renzi, alla fine assicura alla Marina una valanga di soldi”.

La parola del giudice


Estratto dal quotidiano (Il fatto quotidiano del 24 maggio del 2017)
Il giudice per le indagini preliminari di Agrigento, Francesco Provenzano, nel provvedimento osserva che l’articolo 98 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare recita che “Ogni Stato deve esigere che il comandante di una nave che batte la sua bandiera, nella misura in cui gli sia possibile… presti soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizioni di pericolo e proceda quanto più velocemente è possibile al soccorso delle persone in pericolo, se viene a conoscenza del loro bisogno di aiuto”.

La nave Libra aveva la possibilità di intervenire “e in tempo utile ad evitare l’annegamento di 300 persone, ma tale soccorso non si è attivato”. Inoltre secondo il magistrato la centrale operativa di Roma della Guardia costiera “era ben a conoscenza del dato che tra Malta e l’Italia non vi era un accordo per l’esatta individuazione delle zone Sar di competenza previste dalla Convenzione di Amburgo; ben sapeva che in altre occasioni Malta, a causa dell’eccessiva estensione della zona Sar che si era attribuita, aveva fatto mancare il proprio intervento…

L’evento tragico era quindi ampiamente prevedibile e rappresentabile, ma non ci si è attivati adeguatamente, accettando quindi che si potesse verificae l’epilogo tragico collettivo come poi è avvenuto.

Tale circostanza configura l’ipotesi del dolo eventuale che si innesta sulla causazione dell’evento ai sensi dell’articolo 40 secondo comma del codice penale”.



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