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lunedì 30 novembre 2020

Ritrovata la nave della vergogna

E’ stata ritrovata a 5500 metri l’Indianapolis, la nave che trasportò la “bomba”

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Mar delle Filippine (Filippine) – C’è chi gioca a golf e chi invece ama andare a vela. Paul Allen, uno dei fondatori della Microsoft e tra gli uomini più ricchi del mondo, ha un hobby diverso, cercare relitti, e questa volta con il suo Petrel, la nave oceanografica da lui finanziata, ha messo a segno un bel colpo, ha ritrovato l’Indianapolis, la nave della vergogna.

Lo scafo giaceva a 5.550 metri di profondità nel Mar delle Filippine. L’Indianapolis è la nave che trasportò l’uranio arricchito e alcuni pezzi della bomba atomica che gli americani scaricheranno sui giapponesi nel 1945 mettendo fine, in modo piuttosto controverso, alla seconda guerra mondiale.

Il viaggio dell’Indianapolis che doveva scaricare il suo carico nell’Isola di Tinian nelle Filippine era top secret. La nave viaggiava senza scorta e il comandante Charlie B. McWay III aveva l’ordine di non comunicare la sua posizione e di non rompere il silenzio radio per nessun motivo.

La nave il 30 luglio del 1945 pochi minuti dopo mezzanotte venne colpita da due siluri lanciati da un sommergibile giapponese.

L’Indianapolis fu colpita in due punti nevralgici tanto che affondò in soli dodici minuti non dando all’equipaggio neanche il tempo di mettere in acqua le scialuppe.

Dei 1.196 componenti dell’equipaggio 296 perirono nell’immediatezza del naufragio e 880 sopravvissero. Alcuni trovarono posto su dei canotti che l’equipaggio era riuscito a buttare in mare prima dell’affondamento, altri su pezzi di legno del relitto, altri ancora rimasero a nuotare nell’oceano.

Il comandante per riuscire a salvare i superstiti contravvenne all’ordine del silenzio e diete l’S.O.S che fu captato da tre diverse stazioni della Marina Militare, nessuna delle quali, per motivi diversi, diede corso alle ricerche. Un comandante era ubriaco, un altro aveva dato ordine di non essere disturbato e un terzo pensò a una trappola dei giapponesi perché non gli risultava che in zona ci fosse alcuna nave.

La mattina dopo il naufragio i naufraghi videro un aereo e lanciarono dei razzi. Il comandante del velivolo riportò nell’immediatezza la segnalazione ai superiori che però si convinsero che si trattasse dei fuochi di una battaglia in corso.

I naufraghi rimasero in mare per 5 lunghissimi giorni duranti i quali la maggior parte di loro non ebbe scampo. Un numero molto elevato venne divorato dagli squali, mentre molti altri impazzirono per la disidratazione.

Alla fine il gruppo di naufraghi fu scorto da un caccia che rischiò di bombardarli scambiando i movimenti sulla superficie del mare per il segno della presenza di un sottomarino nemico, ma all’ultimo momento capì che si trattava di naufraghi e vi passò sopra lanciando delle scialuppe gonfiabili.

Anche davanti all’evidenza del ritrovamento la macchina dei soccorsi non si mise subito in moto e fu necessario che il comandante di un cacciatorpediniere sentito del ritrovamento dei naufraghi di sua iniziativa cambiasse rotta e si dirigesse verso di loro, mentre il pilota di un idrovolante atterrava sull’oceano compromettendo l’integrità del velivolo per portare acqua ai superstiti e permettergli di salire sugli scafi dell’aereo e salvarsi dagli squali.

Per colpa di un’incredibile serie di atti di superficialità si salvarono solo in 316 uomini tra i quali il comandante della nave che si suicidò venticinque anni dopo.