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Il futuro del Porto d'Imperia minacciato dai debiti e dai contenziosi

In seguito al fallimento della Porto d’Imperia S.p.A., sono iniziati i giochi per accaparrarsi i resti dell’operazione

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Imperia – A metà maggio il tribunale ha dichiarato concluso il tentativo di concordato preventivo della Porto d’Imperia S.p.A. e ne ha decretato il fallimento, nominando due curatori fallimentari, l’avvocato tributarista Stefano Ambrosini ed il commercialista Filiberto Ferrari Loranzi, entrambi di Torino.

La dichiarazione di fallimento apre una serie di nuovi scenari e riaccende le preoccupazioni.

La situazione del porto, che per il 33% è di proprietà del comune d’Imperia, è critica. Su di questo insistono oltre 400 milioni di debiti tra quanto dovuto alle banche e quanto richiesto dell’Agenzia delle Entrate, molto di più del valore stesso del porto.

In questa situazione rischiano di perderci soldi e posti di lavoro molte persone: i proprietari dei posti barca che in totale hanno versato 150 milioni di euro con i quali materialmente si è costruito il porto; gli esercenti che hanno aperto le loro attività contando sul movimento creato dal porto; i lavoratori del porto stesso, 30 persone che attraverso i sindacati chiedono conto del loro futuro; le barche che vantano crediti per 240 milioni di euro e l’Agenzia delle Entrate che ha richiesto alla società 140 milioni di euro in tasse evase.

La figura chiave per risolvere i diversi problemi che ruotano intorno al fallimento, è stata indicata essere quella del sindaco d’Imperia Carlo Capacci perché la struttura portuale, terminato il periodo a disposizione dei curatori, andrà nella disponibilità del comune, ma il sindaco ha una libertà di manovra limitata. Capacci dovrà fare i conti con le ipoteche che insistono sul porto e i conteziosi di diversa natura che i prospettano nell’immediato futuro inclusi quelli dei proprietari dei posti barca.

Sicuramente uno dei primi compiti del Sindaco Capacci sarà quello di salvare il raduno Panerai delle barche d’Epoca, un appuntamento al quale la città non può rinunciare.



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