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Andrea Mura, confesso: non ho sbagliato

Il navigatore sardo risponde alle perplessità di SolovelaNet sul suo progetto per la Vendée Globe

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Avevamo intervistato Andrea Mura un anno fa, esattamente il 12 ottobre 2014, quando entusiasta ci comunicò l’avvio dei lavori di costruzione dell’IMOCA 60, la barca con cui avrebbe dovuto partecipare alla prossima Vendée Globe, la regata delle regate, il giro del mondo in solitario senza assistenza e senza scalo, quello che tutti i marinai del mondo definiscono come l’Everest dei mari.

A otto mesi di distanza, lo scorso giugno, presso il cantiere Persico Marine di Bergamo Andrea Mura ha presentato alla stampa il nuovo “Vento di Sardegna”, l’ IMOCA che ha poi raggiunto Lorient per il varo.

Passati pochi mesi dal giorno del varo è arrivata la notizia che il progetto era fallito.

Su pressione di un articolo di SolovelaNet, l’ufficio stampa del navigatore ha diramato un comunicato in cui s’informava che il nuovo IMOCA costruito appositamente per Mura, era stato venduto a un team francese.

Mura e il suo team non avevano la copertura finanziaria per portare a termine il progetto che avrebbe avuto inizio, per la parte concernente le regate, da lì a poco più di un mese con la partenza per la Transat Jacques Vabre.

Cosa è accaduto?

Mura ha dato il via a questo ambizioso progetto avendo nella cassa della società con cui voleva affrontare l’impresa solo i soldi per la costruzione della barca, circa 3 milioni di euro, ma nessuna copertura per quello che sarebbe venuto dopo.

Il progetto di Mura prevedeva un programma di regate della durata di 4 anni e del quale la Vendée Globe del 2016 sarebbe stato l’appuntamento più importante. Per arrivare alla Vendée Globe e parteciparvi, Mura avrebbe avuto bisogno di ulteriori 2 milioni di euro, somma che non aveva e che contava di trovare strada facendo. Un azzardo che non riusciamo a comprendere.

Per questo abbiamo deciso di incontrarlo e fargli alcune domande su questa vicenda.

L'intervista
SVN: Nel giugno scorso hai presentato alla stampa il tuo nuovo IMOCA 60 dichiarando di essere ancora alla ricerca degli sponsor che ti avrebbero consentito di affrontare il programma di regate oceaniche, che sarebbe iniziato con la Transat Jacques Vabre che partirà questo 25 ottobre. Cosa ti ha fatto credere di poter reperire i fondi necessari in così poco tempo? Non pensi sia stato un azzardo imbarcarti in un’avventura tanto grande senza avere le coperture finanziarie?

A.M.: Le Sarde S.r.l., la società composta da me e altri soci per gestire il progetto Vendée Globe, stava cercando risorse da ottobre 2014. A giugno, al momento della conferenza stampa di presentazione, c’era preoccupazione in quanto non avevamo ancora trovato risorse sufficienti. La barca era pronta e la società era convinta di riuscire a trovare il budget mancante, 2 milioni di euro spalmati in due anni, che ci avrebbe consentito di partecipare al programma di regate sino alla Vendée Globe. Eravamo sicuri che una volta avuta la barca saremmo riusciti a reperire quella somma.

SVN: La barca ora è stata venduta, lo sponsor che ha anticipato i costi di costruzione della barca, con la vendita, è riuscito a recuperare i soldi spesi? Potrebbe investire nuovamente su di te?

A.M. – Quanto investito non è stato recuperato, ma siamo stati fortunati a riuscire a vendere così velocemente la barca. Per ora non si è parlato di nuovi investimenti da parte dello sponsor che ha permesso la costruzione dell’IMOCA.

SVN: Oltre che con la Regione Sardegna, avevi preso contatti con altre aziende che avevano mostrato forte interesse per la tua iniziativa o, senza aver contattato nessuno, pensavi che avresti avuto seguito a barca costruita?

A.M.: Con Le Sarde S.r.l. avevamo dei contatti importanti e c’era molto interesse da parte di alcuni possibili sponsor. Siamo andati avanti perché nel momento in cui si è avuta la possibilità di costruire la barca, non si poteva più aspettare. I tempi erano stretti, ci voleva un anno e si è lavorato tantissimo per rispettare la tabella di marcia e poter essere pronti per la Transat Jacques Vabre 2015. La barca è stata finita con solo 2 settimane di ritardo, a differenza dei due mesi impiegati dai quattro team francesi e da quello inglese. Un record, considerando la complessità di un IMOCA e il fatto che era la prima esperienza per il cantiere Persico.

SVN: Regione Sardegna: la precedente legislatura ha creduto nel progetto “Vento di Sardegna” partecipando economicamente a parte del budget necessario per le regate con l’Open50. Questa nuova giunta, invece, non ha ci ha creduto nonostante, come tu stesso hai affermato, si sia espressa favorevolmente. Cos’è accaduto?

A.M.- Abbiamo chiamato la barca “Vento di Sardegna” per dare continuità a quanto fatto in precedenza. Era comunque un nome provvisorio e non confermava che la Regione fosse salita a bordo del progetto. La Regione non si è mai espressa, né mai aveva dato garanzia di voler far parte della nuova iniziativa proposta, nonostante il progetto piacesse. C’erano inoltre dei problemi burocratici che non avrebbero consentito il supporto finanziario, questo uno dei motivi per i quali, comunque, rimango ancora oggi perplesso. Quello che la Regione aveva deliberato, in precedenza, era il sostegno alla mia partecipazione alla Route du Rhum 2014, impegno dal quale si è poi ritirata, proprio il giorno della partenza. Spero che la politica regionale, oggi, abbia capito, o capisca in seguito, quale sia la visibilità e il ritorno d’immagine che ci sarebbero stati con la mia partecipazione alla Vendée Globe.

SVN: Non pensi che l’azzardo di aver costruito una nuova barca senza avere la copertura economica da consentire lo svolgimento del programma agonistico possa aver compromesso la tua immagine e credibilità di velista professionista?

A.M.: Mi permetto di dire che non è stato un azzardo. Inizialmente c’erano tutti i presupposti per andare avanti e insieme ai miei soci ci abbiamo creduto sino all’ultimo. Per quanto riguarda la mia immagine ci tengo a specificare che di questo progetto io ero solamente il “pilota” come lo sono ancora oggi. La società “Le Sarde S.r.l.” ha fatto il possibile affinché quest’avventura continuasse. La rassegna stampa relativa a questa vicenda lo dimostra così come i molteplici messaggi di stima e solidarietà. Lamentavamo già da tempo problemi di budget. Eravamo convinti di farcela in quanto la cifra necessaria per completare l’opera era ridicola al confronto di quanto avevamo già messo in campo. Le Sarde vendeva una realtà, non un sogno.

SVN: Quali pensi siano i motivi per cui nessuno degli sponsor da te contattati abbia voluto credere nel tuo progetto? È stato un problema di tempo o altro?

A.M.: Presumo non ci abbiano creduto perché la vela, in questo momento, evidentemente non è un veicolo sufficientemente interessante. Non è un momento favorevole per il nostro sport in Italia. Se ne parla poco. Inoltre è e continua ad essere un periodo di crisi per le aziende. L’Italia non è pronta.

SVN: L’Italia non è pronta. Cosa intendi dire?

A.M.: Pur riconoscendo gli enormi numeri del ritorno d’immagine nessuna azienda ad eccezione di Ubiquity, marchio che già mi aveva dato supporto nei precedenti progetti, è voluta concretamente salire a bordo. Il paragone lo possiamo fare con gli altri team stranieri. Gli altri sono partiti da zero e sono riusciti a trovare il budget completo per la costruzione della barca e per il programma agonistico. Noi avevamo già la barca pronta e stavamo cercando solo il budget per la partecipazione al programma. Le Sarde non è riuscita nonostante abbia coinvolto oltre 250 aziende italiane a trovare i soldi necessari a completare il percorso intrapreso con la costruzione della barca. Sembrava impossibile non farcela, ma purtroppo è andata così.

SVN: Hai mai pensato di non essere all’altezza di un progetto così ambizioso? E che gli sponsor non si siano fidati di te?
 
A.M.: Dopo una vita dedicata alla vela soprattutto agonistica ma anche crocieristica, tra classi olimpiche e non, vela d’altura, Coppa America e vela oceanica, l’dea di poter esprimere tutte le mie conoscenze veliche nel progetto e nell’impresa sportiva solitaria più dura al mondo con il monoscafo tra i più tecnologici mai esistiti, sarebbe stato il coronamento di una lunga carriera sportiva. Se davvero fosse venuta meno la fiducia da parte di sponsor, sarebbe un vero peccato visti i miei trascorsi sportivi.

SVN: Non sarebbe stato più opportuno, considerando il budget a disposizione, acquistare un IMOCA usato e partecipare comunque alla Vendée Globe 2016 con l’obiettivo di ripetere l’impresa, magari con una barca nuova, nel 2020?

A.M.: Effettivamente quattro anni fa stavo cercando una barca usata per poter partecipare alla Vendée Globe 2012 ed ero arrivato quasi a chiudere il contratto per l’acquisto di un IMOCA, l’attuale “Bureau Vallée”. Questa volta si è scelto di costruire la barca nuova perché c’è stata l’opportunità di farlo. Con una barca usata non avremmo mai avuto la possibilità di vincere la Vendée Globe. È stata una scelta.

SVN: Rimarrà comunque lo spirito di Andrea Mura nell’IMOCA 60 che hai costruito: le vele e il know-how. Credi che il nuovo team che ha acquistato la barca sarà all’altezza?

A.M.: Spero che sia un team molto forte in quanto le vele che saranno a bordo sono una parte di me, le uniche realizzate in DSK99, un materiale che ho in esclusiva sino, almeno, al Vendée Globe. Ci sono volute 1500 ore di lavoro per realizzarle. Sono al momento le vele più leggere e resistenti prodotte, ideali per un Vendée Globe. La barca da noi costruita è una barca estremamente competitiva e rappresenta il meglio del Made in Italy. Stecche Faps, avvolgitori Bamar, titanio Santicchia, tutti pezzi custom costruiti e sviluppati appositamente per noi. Eravamo gli unici ad avere l’antivegetativa bicomponente Speedy Carbonium della Veneziani. Non so e non ci è dato sapere chi sarà lo skipper, lo sapremo solo alla chiusura delle iscrizioni della Transat Saint-Barth – Port la Forêt, la B To B.

SVN: Volevi promuovere il Made in Italy ma il progetto della barca era di VPLP, uno studio di progettazione francese. Alla conferenza stampa di presentazione della barca hai nominato Umberto Felci dicendo che c’era stata l’idea di affidare a lui la progettazione dell’IMOCA..Perchè, alla fine, hai optato per i francesi?

AM: Non ci sarebbe stato il tempo. Quando abbiamo avuto l’opportunità di costruire l’IMOCA i tempi erano già molto stretti e abbiamo dovuto comprare dallo studio di VPLP un progetto esistente, quello di “Banque Populaire” che abbiamo poi sviluppato. Umberto Felci avrebbe completato il nostro sogno di un full Made in Italy, ma se pensate che solo per lo sviluppo dei foils VPLP ha lavorato per otto mesi, capite bene quali fossero i tempi per l’intera barca. L’IMOCA è una delle barche più complesse che ci siano, tant’è che ci sono volute 45 mila ore di lavoro per costruirla.

SVN: Che programmi hai nell’immediato futuro?

AM: Con l’abbandono del progetto Vendée Globe ho trascorso un brutto periodo, forse uno dei peggiori della mia vita. Ma il mare mi chiama sempre e, forse anche a scopo terapeutico, mi sono immediatamente buttato in un altro progetto. La permanenza in Francia mi ha dato la possibilità di apprezzare i Class40, studiarli, vedere i cantieri che li producono e provarli di persona. Costano il 10% di un IMOCA e garantiscono comunque un rilevante ritorno mediatico. L’idea è quindi di correre con un Class40, ma solamente se riuscirò a farlo al top. 
In alternativa continuerò a sviluppare l’attuale Open50 “Vento di Sardegna” evolvendolo e spingendolo al massimo con l’intenzione di partecipare alle regate classiche quali la RORC Caribbean 600 Miles Race, la Middle Sea Race, la Rolex Fastnet Race, la Ostar che avevo giurato di non fare più ma che oggi rifarei, la Route du Rhum, la Transpac in California come anche la Sidney - Hobart in Australia. Sicuramente non starò a terra!

SVN: Ti riproporrai per la Vendée Globe in futuro?

A.M.: Sì, ci sto già lavorando e sensibilizzando quegli sponsor che avranno modo di vedere cosa significa la Vendée Globe e far capire loro di cosa si tratta e quali siano i numeri e il ritorno mediatico. Ad oggi in Vandea c’è già il tutto esaurito.

SVN: Cosa ha perso la vela italiana in seguito a questa dolorosa rinuncia?

A.M.: Un indotto enorme. Sono convinto che sarebbero aumentati coloro che prendono la patente nautica, le iscrizioni alle scuole di vela. Tutto ciò che ruota intorno al mare e alla navigazione avrebbe avuto un impulso enorme. Sarebbe stato un evento che avrebbe coinvolto l’Italia intera, spero che sponsor e istituzioni lo capiscano e che in futuro ci siano maggiori possibilità per questo sport e la vela oceanica.