
È morto Sergio Lupoli, progettista legato a numerose barche italiane. La sua storia e il contributo portato al mondo della vela.
È morto Sergio Lupoli, yacht designer napoletano che ha attraversato diversi decenni della nautica italiana progettando barche a vela destinate alla crociera, alla regata e alla navigazione sportiva. La notizia è stata comunicata dalla famiglia e ripresa da Comar Yachts, il cantiere con il quale Lupoli ha realizzato alcuni dei progetti più conosciuti della sua carriera.
Al momento non sono state rese pubbliche informazioni certe sulla sua età e sulle cause della morte. Le comunicazioni diffuse ricordano soprattutto la sua attività professionale e il rapporto costruito negli anni con cantieri, armatori e velisti.

Il rapporto con Comar Yachts
Il nome di Sergio Lupoli è legato soprattutto a una generazione di Comet che, tra la fine degli anni Novanta e gli anni Duemila, contribuì a rendere meno netta la separazione tra barca da crociera e barca da regata.
Il Comet 36 e il Comet 33 furono concepiti come modelli capaci di offrire prestazioni, linee pulite e interni utilizzabili, senza trasformarsi in barche riservate agli equipaggi professionisti. Per Comar Yachts questi progetti rappresentarono un passaggio significativo nell’evoluzione della propria produzione.

Lupoli aveva fondato il proprio studio nel 1967. La sua attività non si concentrò su una sola tipologia di imbarcazione, ma si sviluppò lungo un arco ampio, comprendendo cabinati come il Catch 321, il Dixie 30, l’Eluan 44 e diversi modelli realizzati per cantieri italiani e stranieri.
Nel tempo il suo lavoro seguì l’evoluzione dei materiali, delle tecniche costruttive e delle aspettative degli armatori, mantenendo una particolare attenzione al rapporto tra forma dello scafo, piano velico e facilità di conduzione.
L’equilibrio tra prestazioni e crociera
Il contributo più riconoscibile di Lupoli alla vela italiana è probabilmente la ricerca di un equilibrio tra velocità e utilizzo quotidiano della barca. Nei suoi progetti la prestazione non veniva considerata un elemento separato dalla crociera, ma una componente della qualità della navigazione.
Una barca efficiente, capace di muoversi anche con vento leggero e di rispondere con precisione al timone, poteva essere allo stesso tempo accogliente e gestibile da un equipaggio familiare.
Questa impostazione emerge nel Comet 33, nato nei primi anni Duemila, e nel Comet 36. Sono barche ancora presenti sul mercato dell’usato e riconoscibili per le proporzioni equilibrate, le superfici veliche generose e una coperta disegnata per consentire una conduzione sportiva senza rinunciare alla crociera.
Negli anni successivi Lupoli lavorò anche su imbarcazioni di dimensioni più contenute, partecipando allo sviluppo della gamma Comet Smart. Il Comet 21 OD, il Comet 26 e il Comet 31 S portarono su barche più piccole la stessa idea di fondo: peso controllato, comportamento vivace e possibilità di navigare senza equipaggi numerosi.
Una visione applicata alle barche di serie
La novità portata da Sergio Lupoli non va cercata in una singola soluzione tecnica, ma nella continuità con cui provò a trasferire sulle barche di serie criteri normalmente associati ai modelli da competizione.
Scafi efficienti, costruzioni leggere, piani velici moderni e attenzione alle esigenze dell’armatore comune diventarono parti dello stesso progetto. La velocità non doveva rendere la barca difficile, così come il comfort non doveva necessariamente penalizzarne il comportamento a vela.
La sua storia coincide con una fase importante della nautica italiana, quando i cantieri cercavano di offrire barche più veloci senza renderle più impegnative e di costruire modelli sportivi che potessero essere utilizzati anche per una vacanza.
Lupoli lavorò dentro questa trasformazione con un linguaggio personale, cercando in ogni progetto un compromesso concreto tra prestazione, spazio e semplicità.
Con la sua scomparsa la vela italiana perde un progettista che ha lasciato numerose barche ancora in navigazione. È forse questo il modo più diretto per misurare il suo lavoro: non soltanto attraverso i disegni e i risultati sportivi, ma osservando quanti dei suoi scafi continuano a essere utilizzati e riconosciuti dagli armatori.
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