
A quasi due anni dal naufragio del Bayesian, il superyacht a vela affondato il 19 agosto 2024 davanti a Porticello, in Sicilia, il caso torna al centro dell’attenzione internazionale. Una nuova ricostruzione pubblicata dalla stampa britannica riporta la posizione del comandante Karsten Borner, skipper del Sir Robert Baden Powell, la barca che per prima soccorse i superstiti. Borner contesta l’idea di una responsabilità semplice e diretta dell’equipaggio e invita a guardare con cautela a ciò che accadde quella notte.
Il Bayesian era un grande yacht a vela di 56 metri, battente bandiera britannica. A bordo c’erano 22 persone, 12 ospiti e 10 membri dell’equipaggio. Il naufragio provocò la morte di sette persone, tra cui l’imprenditore britannico Mike Lynch e sua figlia Hannah. Quindici persone riuscirono invece a salvarsi su una zattera di salvataggio, poi raggiunta proprio dall’equipaggio del Sir Robert Baden Powell.
Il racconto di Karsten Borner
Il punto che riapre il dibattito è il racconto di Borner. Il comandante sostiene di aver visto il Bayesian poche ore prima dell’affondamento e di non aver notato nulla di anomalo. Secondo la sua ricostruzione, gli oblò e le aperture dello scafo apparivano chiusi. È un passaggio importante perché una delle ipotesi discusse dopo il naufragio riguarda proprio il possibile ingresso d’acqua attraverso aperture non protette. Il fatto che tutti i portelli fossero chiusi è stato dimostrato anche una volta recuperato il relitto.
Borner descrive quella notte come un evento violento e improvviso. Non una semplice situazione di maltempo ordinario, ma un fenomeno capace di mettere rapidamente in difficoltà anche chi si trovava nelle vicinanze. Il suo racconto non chiude il caso, ma aggiunge un elemento umano e tecnico a una vicenda che, fin dall’inizio, è stata accompagnata da ricostruzioni diverse e da accuse pesanti.
Il caso Bayesian resta aperto
Sul tavolo restano infatti due piani distinti. Da una parte ci sono le indagini, che devono chiarire in modo tecnico e giudiziario cosa sia accaduto. Dall’altra c’è il dibattito pubblico, spesso più veloce e più duro, nel quale il rischio è trasformare una tragedia complessa in una risposta semplice. Nel caso del Bayesian, la domanda non è solo se il tempo fosse estremo, ma anche come la barca fosse configurata, quale fosse la posizione rispetto al vento, quale fosse lo stato della chiglia mobile, come sia entrata l’acqua e quali procedure siano state eseguite dall’equipaggio.
Il rapporto intermedio del MAIB, l’ente britannico che indaga sugli incidenti marittimi, ha già indicato che il Bayesian poteva essere vulnerabile a venti forti e che le circostanze non sono ancora state analizzate in modo definitivo. Le ricostruzioni attribuite agli investigatori italiani, invece, avrebbero spostato maggiore attenzione sul comportamento dell’equipaggio, sostenendo che il meteo da solo non sarebbe bastato a spiegare l’affondamento.
È proprio in questa distanza tra le diverse letture che il caso resta aperto. Il Bayesian non era una piccola barca sorpresa da un temporale estivo. Era un superyacht complesso, con sistemi, dimensioni e caratteristiche che richiedono analisi specialistiche. Allo stesso tempo, era una barca all’ancora, in una baia dove anche altre unità hanno dovuto affrontare il peggioramento improvviso delle condizioni.
Il racconto di Borner ha un peso perché arriva da chi quella notte era lì, ha visto la tempesta, ha soccorso i superstiti e ha partecipato alla prima fase dell’emergenza. Il comandante difende il comportamento dell’equipaggio, ricordando la capacità di mettere in mare la zattera, assistere i sopravvissuti e reagire in un contesto drammatico. Per lui, parlare subito di colpa significa non riconoscere la complessità della situazione.
Una tragedia che interroga tutta la nautica
Per la nautica, il Bayesian resta una tragedia che va oltre la cronaca. Interroga la progettazione dei grandi yacht a vela, le procedure alla fonda, la gestione del rischio meteo, la formazione degli equipaggi e il modo in cui il settore comunica dopo un incidente. Ogni elemento ha un peso, ma nessuno da solo può diventare una verità definitiva prima della conclusione delle indagini.
Il dibattito sulla responsabilità dell’equipaggio continuerà ancora. Ma proprio per rispetto delle vittime, dei superstiti e di chi era a bordo quella notte, il caso Bayesian richiede prudenza. In mare le tragedie raramente nascono da una sola causa. Più spesso sono il risultato di una catena di eventi, decisioni, condizioni e fragilità che solo un’indagine completa può ricostruire.
L’unica cosa che si può dire al momento è che le indagini vanno avanti da quasi due anni. Forse sarebbe il momento che la Procura arrivasse a una determinazione e rendesse nota la sua verità. Questo ritardo, che ogni giorno che passa diventa sempre più difficile da giustificare, alimenta dubbi e sospetti che solo il pronunciamento della Procura potrebbe dissolvere.
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