
Il 15 giugno 1972 lo yacht Lucette affondò nel Pacifico dopo l’impatto con le orche. La famiglia Robertson sopravvisse 38 giorni alla deriva.
Il 15 giugno 1972, circa 200 miglia a ovest delle Galápagos, lo schooner Lucette affondò nel Pacifico dopo essere stato colpito da un gruppo di orche. A bordo c’erano Dougal Robertson, la moglie Lyn, il figlio Douglas, allora diciottenne, e i gemelli Neil e Sandy, che avevano 9 anni. Con loro c’era anche Robin Williams, un giovane gallese di 22 anni imbarcato come membro dell’equipaggio. In pochi minuti, quella che era una traversata verso le Marchesi si trasformò in una lotta per restare vivi.
La famiglia Robertson era partita da Falmouth, in Cornovaglia, il 27 gennaio 1971. Dougal e Lyn avevano lasciato la loro vita a terra per tentare un lungo viaggio intorno al mondo con i figli, a bordo di una barca in legno di 43 piedi costruita nel 1922. La figlia Anne, che aveva partecipato alla prima parte del viaggio, era sbarcata prima della traversata del Pacifico. Dopo l’Atlantico, i Caraibi e il passaggio del Canale di Panama, Lucette aveva proseguito verso le Galápagos. Da lì la rotta doveva portarli alle Marchesi, ma il Pacifico interruppe il viaggio nel modo più improvviso.
L’affondamento della Lucette nel Pacifico
L’urto arrivò in mare aperto. Secondo le ricostruzioni, le orche colpirono lo scafo e aprirono una falla che rese impossibile salvare la barca. Lucette affondò in pochissimo tempo. Non ci fu spazio per una preparazione ordinata, né per scegliere con calma cosa portare via. L’equipaggio riuscì a salire su una zattera di salvataggio e su un piccolo dinghy in vetroresina, l’Ednamair, recuperando solo una parte minima delle provviste e delle dotazioni.
Da quel momento non furono più velisti in navigazione, ma naufraghi. Erano sei persone nel Pacifico, lontane dalle rotte principali, senza una posizione precisa e con mezzi fragili. La zattera e il dinghy non erano pensati per ospitare una famiglia e un uomo adulto per settimane. Il sole, la sete e la fame iniziarono a consumarli giorno dopo giorno, mentre intorno c’era solo oceano.

I 38 giorni alla deriva della famiglia Robertson
Dougal Robertson cominciò a scrivere un diario su un libretto di istruzioni trovato nella zattera, “Living in the Liferaft”. Quelle note, scritte mentre la famiglia cercava di sopravvivere, sarebbero poi diventate la base del libro Survive the Savage Sea. La disciplina di bordo diventò essenziale: razionare l’acqua, raccogliere la pioggia quando arrivava, pescare, conservare le energie, mantenere un minimo di ordine anche quando tutto sembrava ridotto all’emergenza.
La sopravvivenza dipese da ogni dettaglio. I Robertson mangiarono quello che riuscirono a pescare e catturare, compresi pesci volanti e tartarughe. Quando l’acqua mancava, dovettero ricorrere anche al sangue delle tartarughe. Sono particolari duri, ma aiutano a capire quanto fosse estrema la condizione in cui si trovarono. Non era più il viaggio di una famiglia in barca: era una deriva lunga, lenta, fisicamente e mentalmente logorante.
Dopo 16 giorni, la zattera non fu più utilizzabile. I sei superstiti furono costretti a sistemarsi nel piccolo dinghy Ednamair, lungo appena tre metri. Da quel momento lo spazio si ridusse ancora di più. Ogni movimento doveva essere controllato, ogni peso distribuito, ogni gesto pensato per non compromettere l’unico mezzo rimasto. Per due bambini di 9 anni, Neil e Sandy, quella piccola barca divenne tutto: casa, rifugio e confine sottile tra la vita e il mare.
Il salvataggio e l’anniversario dell’affondamento
Il 23 luglio 1972, dopo 38 giorni alla deriva, i superstiti vennero avvistati e recuperati dal peschereccio giapponese Tokamaru II. Erano provati, dimagriti e segnati dall’esperienza, ma vivi. La vicenda ebbe grande eco e trasformò la storia della Lucette in uno dei casi più noti di sopravvivenza in mare.
A distanza di 54 anni, l’affondamento della Lucette resta una storia che colpisce perché unisce navigazione, famiglia e paura reale. Non è solo il racconto di una barca affondata dopo l’impatto con le orche. È la storia di sei persone rimaste sole nel Pacifico, con due bambini a bordo, costrette a trasformare un dinghy di emergenza nell’unica possibilità di salvezza.
Il 15 giugno 2026 ricorre l’anniversario di quell’affondamento. Ricordarlo significa riportare alla luce una vicenda che appartiene alla storia della vela oceanica, ma anche alla storia della sopravvivenza. Lucette non arrivò mai alle Marchesi, ma il suo nome è rimasto legato a quei 38 giorni in cui una famiglia, senza quasi nulla, riuscì a resistere in mezzo al Pacifico.
© Riproduzione riservata



















