
La più importante rivista di vela tedesca parla di un Boot di grande successo. Secondo il direttore, nell’editoriale pubblicato ieri online, il Boot di quest’anno – la principale manifestazione fieristica della nautica in Germania – avrebbe registrato un’affluenza straordinaria, con code anche superiori all’ora per visitare alcune barche. Sempre secondo la rivista, il salone lancerebbe segnali di ripresa del settore vela in Germania dopo due anni di stagnazione, se non di vera e propria recessione, tanto da spingere molti operatori presenti a esprimere ottimismo.
Francamente faccio fatica a immaginare di quale salone stia parlando il direttore dell’eminente rivista. Di certo non del Boot 2026. Come negli ultimi anni, la componente vela del salone è apparsa piuttosto deprimente. Al netto delle domeniche, quando tutti i saloni si riempiono inevitabilmente di curiosi, i corridoi dedicati alla vela erano per lo più semivuoti, una situazione che ormai si ripete con inquietante regolarità.
È vero che quest’anno si è registrato il ritorno del gruppo Hanse e del gruppo Bavaria, che con i loro marchi hanno in parte ripopolato l’area vela. Resta però un dato difficilmente contestabile: il settore espone meno della metà delle barche presenti prima del Covid. Lo dimostrano anche gli spazi, passati dai tre padiglioni interamente dedicati alla vela a uno e mezzo scarso.
Un rientro, quello dei due gruppi, fortemente voluto dalla Confindustria Nautica tedesca, consapevole che il principale salone nautico del Paese non può permettersi di fare a meno dei suoi due maggiori produttori e che probabilmente ne ha favorito il ritorno.
Purtroppo i saloni nautici sono traditori. Anche io, uscendo dal Salone di Genova a settembre, avevo avuto la netta sensazione che qualcosa si stesse muovendo, salvo poi dovermi ricredere nei mesi successivi. Al di là della mancanza di segnali concreti di ripresa del settore vela in Germania, come giornale facciamo fatica persino a individuare le basi su cui questa ipotetica ripresa potrebbe poggiare.
Il gruppo Hanse è stato venduto da poco e, al momento del passaggio di proprietà, le sue condizioni non erano buone, così come non lo sono state negli ultimi quindici anni, nonostante i continui proclami di grandi successi dati ogni anno in pasto alla stampa. Con un nuovo proprietario – non un fondo ma un imprenditore, per di più giovane – è possibile che il gruppo riparta, ma servirà tempo: di certo non bastano quattro o cinque mesi per cambiare le sorti di un’azienda di queste dimensioni.
Il secondo grande gruppo è Bavaria e anche qui non sembra che sia stata individuata una vera strada di crescita. L’ultimo modello completamente nuovo, presentato dal cantiere, il Bavaria C46, risale al 2022: più di tre anni fa. In un mondo che viaggia a velocità supersonica, tre anni rappresentano un’epoca geologica.
Un marchio che un tempo era tra i più potenti al mondo oggi vive soprattutto nei ricordi della generazione dei boomer, alla quale mi onoro di appartenere.
Attorno a questi due gruppi non si vedono altre produzioni di eccellenza con un reale rilievo internazionale. In questo contesto, una ripresa del settore vela tedesco – a meno che non sia basata quasi esclusivamente sull’importazione di barche francesi – appare difficile da immaginare.
Qualcuno potrebbe obiettare che in Italia la situazione non sia molto diversa, e forse non avrebbe tutti i torti. Ma in Italia esistono realtà come Solaris, Italia Yachts, CNB e Cantiere del Pardo, riconosciute come eccellenze a livello mondiale, con bilanci solidi e una produzione in continua evoluzione.
L’economia italiana, pur con tutte le sue fragilità, resta in territorio positivo; quella tedesca ha rivisto il segno più solo ora, dopo diversi trimestri negativi.
A meno che i segnali intravisti dal direttore non si concentrino nel settore charter e riguardino un ritorno dei tedeschi verso il noleggio nel Mediterraneo. Ma anche qui i dati raccontano una storia diversa.
Se nei primi anni Duemila le società di charter facevano di tutto per accaparrarsi il mercato tedesco, che da solo assorbiva una parte rilevante dell’offerta, oggi questo è considerato un mercato in declino, con un numero sempre minore di tedeschi che noleggiano barche.
È finito il tempo in cui bastava dire Germania per dire ricchezza. Forse anche i giornalisti tedeschi del nostro settore dovrebbero iniziare a prenderne atto ed evitare di raccontare realtà che esistono solo nei loro desiderata.
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