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Intervista a Fantini e Stella

Andrea Fantini e Tommaso Stella ci raccontano la loro Transat Jacques Vabre

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Tornati in Italia dopo aver concluso al nono posto la Transat Jacques Vabre, da Le Havre a Puerto Limon (Costa Rica) Andrea Fantini e Tommaso Stella ci raccontanto in questa intervista le emozioni e le difficoltà incontrate in questa regata, che quest'anno è stata particolarmente dura. Le condizioni meteorologiche difficili hanno costretto molti degli equipaggi iscritti ad abbondonare l'avventura, ma i nostri portabandiera hanno tenuto duro e sono riusciti a portare a termine ciò per cui hanno lavorato.

Siete arrivati. Andrea, al di là della classifica, che cosa significa per te aver portato a termine la Jacques Vabre, la tua prima regata transoceanica?
Significa tantissimo, sotto vari aspetti. Innazitutto l’aver portato a termine un progetto iniziato un anno e mezzo fà, partendo veramente dal nulla e creando una bellissima storia, con l’aiuto di Angela Atti, CEO di Hip Eco Blue e mia team manager. Abbiamo affrontato molte difficoltà, principalmente economiche e logistiche, era la prima volta che mi lanciavo in un progetto simile, che comportava un budget considerevole, e dunque non sapevo bene come gestire le risorse, infatti abbiamo fatto molti errori, ma alla fine siamo arrivati in fondo. L’altro aspetto è puramente tecnico. Credo di essere cresciuto moltissimo in poco tempo, anche perché partivo decisamente dal basso; in particolare negli ultimi 5 mesi il mio bagaglio tecnico è cresciuto enormemente, anche grazie alla collaborazione con Tommaso Stella che non ha bisogno di presentazioni, il suo curriculum parla per lui.

E per te, Tommaso, quale significato ha questa Jacques Vabre?
È stata la mia “linea d’ombra”. In un certo senso sono passato dall’altra parte della barricata. Le mie corse transoceaniche precedenti sono state a bordo delle barche di Giovanni [Soldini ndr] e con un comandante del genere, dal talento e dall’esperienza smisurata, sembra tutto più facile, ogni problema trova una soluzione rapida, efficace e spesso accompagnata da una bella risata: questo è lo spirito che ho cercato di portarmi dietro.

Come è andata tra voi?
A: È andata benissimo, non ci siamo mai trovati in disaccordo. Lui ha interpretato al meglio quello che io avevo nella mia testa. Tento di spiegarmi, era chiaro che io ero la matricola e lui il veterano, però si decideva insieme, ma lui molte cose le aveva già viste e passate, e aveva sempre una soluzione al problema, non dico che per me sia stato facile ma dico che ho imparato veramente molto.
T: Beh, in un mese di convivenza forzata non abbiamo mai avuto uno screzio... quindi direi che meglio di così non poteva andare.

Il momento più pericoloso di tutta la regata? Quando hai hai avuto davvero paura?
A: Non ci sono mai stati momenti pericolosi. Sì, abbiamo rischiato di spaccare tutto in mezzo ai groppi, uno in particolare, ma non abbiamo mai messo a rischio la nostra sicurezza, mai, è sempre stata la nostra priorità durante tutto il corso della regata.
T: Io resto dell’idea che sia più pericoloso girare in bici a Milano o guidare in autostrada rispetto che ad attraversare un oceano; comunque non credo ci siano stati momenti particolarmente pericolosi per noi “esseri umani”, parecchi invece per la barca, soprattutto durante il rush finale nel Mar dei Caraibi, a causa della meteo instabile che ci ha portato colpi di vento improvvisi e a volte molto violenti in continuazione.

Avete avuto diverse rotture e problemi tecnici a bordo, quale è stato il momento più difficile? Avete mai pensato di abbandonare?
A: Sì, abbiamo avuto diversi problemi. Quello che mi ha stressato di più è stato il problema alle batterie: in un momento in cui non dormivamo da giorni avrebbe significato dormire ancora meno perché avremmo dovuto timonare 24 ore su 24; alla fine però abbiamo risolto. Mai pensato di abbandonare.
T: L’ultima settimana è stata un unico momento difficile: una meteo stressante, la preoccupazione per l’acqua che scarseggiava, la fatica accumulata, i problemi di energia... ma no, abbandonare no, indietro non si torna.

Se ora ti dico Italia, che cosa ti viene subito in mente?
A: Se mi dici Italia mi viene in mente un paese circondato dall’acqua, ma dove i bimbi da piccoli vanno a giocare a calcio e non fuori in mare. Questa sarebbe la base da cui partire per avere un po’ piu d’interesse per la vela, per la “vera” vela, quella in cui parti e torni dopo un po’ di giorni, non quella in cui la sera torni, fai la doccia, mangi e vai a letto.
T: Che l'Italia naviga in cattive acque, peggiori temo di quelle incontrate da noi durante la corsa, ma che il fatto che Berlusconi abbia tolto il disturbo, spero per sempre, potrebbe essere un buon punto di partenza per riprendere una “rotta” intelligente, spero che gli italiani sappiano coglierla.

Quanto contavano i messaggi di supporto e informazioni che vi arrivavano da terra, da parte del vostro shore team e da parte dei vostri amici e coloro che vi seguivano?
A: Erano importantissimi, non potete immaginare che iniezioni di positività e quanto il morale si rialzava nei momenti duri.
T: Parecchio, davvero, soprattutto nei momenti di grande stanchezza.

La tua parola preferita in questi 29 giorni di Jacques Vabre?
A: Ti dico la frase preferita: “Tommi prendiamo una manina?” (una mano di terzaroli alla randa).
T: Bellura!!!