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Genova non regge il confronto con il sorprendente Boot

Impietoso confronto tra il salone di Genova e il Boot di Düsseldorf, dove quest'anno, per la vela italiana, hanno spirato venti di rivolta

NSS
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Il Boot di Düsseldorf, il secondo salone europeo, dopo Genova, come sempre, sorprende. Non sono tanto le barche che sono esposte a stupire il visitatore, quanto l’idea stessa sulla quale è creata la struttura del salone. Diciassette padiglioni che, per ovvie ragioni climatiche,,sono interconnessi da tunnel sospesi, tre di questi, sono destinati alle barche a vela, due al charter e altri due all’accessoristica, tutto il resto è dedicato alle barche a motore.

L’atmosfera è molto rilassata, tra i diversi stand c’è spazio sufficiente a garantire il regolare flusso dei visitatori e, soprattutto, ad ogni angolo, c’è una sorpresa. Una ragazza in vestito da sera suona il suo violino, giri un angolo e trovi un artigiano in costume d’epoca che, nel suo laboratorio del ‘600, fedelmente riprodotto, intarsia nel legno una polena.

A fianco del fabbricante di polene, un operaio sta stuccando lo scafo di una vecchia barca in vetroresina e dispensa consigli ai suoi attenti spettatori. In fondo ad un altro padiglione, la sorpresa si fa stupore: in una scenografia di sipari che riproducono alte montagne innevate, si snoda un piccolo fiume artificiale sul quale navigano canoe e kajak. Chiunque può provare a pagaiare, basta chiedere. Poco più in là, dei ragazzi, ben imbragati, camminano a qualche metro da terra su di una fune tesa tra due tralicci di ferro. Sotto di loro, qualcun altro, sperimenta il free climbing su di una parete attrezzata.

Continuiamo la nostra visita e troviamo uno spazio dedicato alla macchina per imparare ad andare in surf con tanto di istruttore aocdisposizione dei visitatori, poco più in là, uno spazio piscina dove si svolgono molte attività e, ancora, una grande vasca riservata a chi vuole provare un’immersione con autorespiratore.

Tra tutto questo, le barche, le società di charter, i porti turistici, gli accessori. Come è diverso il Boot dal Salone Nautico di Genova. Qui non ci sono né barche, né visitatori di serie A e di serie B, i grandi scafi a motore sono mostrati in spazi analoghi a quelli delle barche a vela, a tutti sono concessi gli stessi servizi. A nessun operatore verrebbe in testa di chiedere i vostri dati personali per fissarvi un appuntamento per vedere la barca che vi interessa, se questa è piena di visitatori, aspettate cinque minuti e, come esce qualcuno, entrate voi.

Poco importa come siete vestito, poco conta se avete la faccia del facoltoso imprenditore pronto a firmare un assegno per portarsi a casa il gioiello di quindici metri, o siete solo un visitatore che cerca di rendersi conto cosa significa andare in barca. Certamente anche qui ci sono i salottini riservati, gli uffici chiusi, ma tutto è fatto senza ostentazione, senza cercare di far sentire il cliente importante perché gli altri sono trattati diversamente.

L’impressione netta che si trova a visitare il Boot è che il salone valga in pieno il prezzo del biglietto. Tutto ciò non è fatto solo per gli appassionati che giungono da tutta la Germania per vedere gli spettacoli, le manifestazioni e le barche che sono qui esposte, ma anche per gli operatori che, in un clima di festa rilassata, come quello che si respira a Düsseldorf, hanno la possibilità di fare ottimi affari.

Qui, quando arriva la famiglia, i ragazzi possono trovare occupazione nei diversi punti a loro dedicati, mentre il padre va a visitare e al limite, a comprare, la barca dei suoi sogni.

Un paragone impietoso


Paragonare il Boot con il Salone di Genova, fa male al nostro orgoglio nazionale. Nel salone nostrano, i 300.000 mila visitatori paganti, sono considerati e trattati come peones: necessaria, ma fastidiosa cornice alla festa dei ricchi diportisti che vengono a vedere le grandi barche a motore. Visitatori di serie B.

La serie A, è invece costituita da quelle poche migliaia di persone che arrivano a Genova con i biglietti invito dei cantieri. Questi, con quel tagliando, dove solitamente c’è scritto Vip, si sentono un gradino più in alto, si atteggiano a grandi compratori, amano superare le file facendo attenzione che tutti li notino mentre entrano nel mega stand del mega cantiere, sfilando davanti a un paio di hostess che gli schiudono il passaggio e gli mostrano la via per visitare la barca di loro interesse.

Genova, è sporca, maleodorante, esageratamente cara.

Camminando per i viali del salone, l’odore forte dei salsicciotti cotti sulla griglia e venduti a 9 euro, si spande per ogni dove. I pochi bidoni dei rifiuti strabordano di lattine e bottigliette di acqua comprate per 4 euro. Genova è scostante: chi viene a Genova, già sa che passerà buona parte del suo tempo a fornire i propri dati personali a signorine distratte che gli fisseranno un appuntamento per vedere una barca.

Appuntamento, spesso fissato, al giorno successivo. Un modo cortese per dire, “caro signore, questa barca non fa per lei, non vede come è vestito”. Chi poi, ha la sfortuna di essere un velista, si risparmierà la trafila dell’appuntamento quando questo non è necessario, ma dovrà subire l’odore fetido che proviene dalle latrine poste nei container stile Protezione Civile, davanti ai quali c’è sempre una lunga fila alla quale resistono solo i casi più urgenti.

Se si è velisti, per venire a Genova bisogna allenarsi in un campo di Rugby, infatti, le banchine sono così piccole che anche in questi anni di crisi profonda, quando il numero di visitatori è calato sensibilmente, per raggiungere lo stand che si cerca, bisogna sgomitare, fare la gincana, chiedere scusa una decina di volte e quando si è arrivati allo stand che si cerca, si ha la sensazione di aver raggiunto una meta importante. Se, poi si dovesse avere, la sfortunata idea di chiedere un preventivo, si verrà fatti accomodare in un box che quando c’è il sole, raggiunge temperature decisamente fastidiose e quando il sole non c’è, rischia di trasformarsi, velocemente in un frigorifero.

Se, si è velisti, a Genova, bisogna accettare che la vita è tutto una scala: le banchine dedicate a questa nautica di serie B, sono un concentrato di scale e scalini. Scale strette, sbeccate, scale dove la gente sale e scende contemporaneamente, dove ogni passo è una conquista.

Quello di Genova con il Boot di Düsseldorf, è veramente un paragone impietoso.

Venti di rivolta


Torniamo a Düsseldorf. Ci sono molti operatori italiani. La maggior parte sono importatori di marchi francesi e tedeschi che qui aspettano i nostri connazionali che saliranno a vedere il salone.

Parlando con loro si capisce che il paragone tra qui e Genova li umilia, li fa arrabbiare. Il disagio derivante dal sentirsi operatori di seconda classe, è forte. Tra gli operatori della vela italiana, si respira aria di rivolta e sempre più insistenti sono le voci che vogliono la creazione di un salone alternativo completamente dedicato alla vela.

Il concetto è, se Genova, vuole essere il salone degli Azimut, dei Ferretti e delle grandi barche a motore, allora, la vela deve trovarsi un'altra collocazione. La cosa, logicamente non è facile, ma se, l’Ucina (l’associazione degli industriali della nautica), non farà qualche cosa per sedare i venti di rivolta, alla fine, la vela migrerà dal quartiere fieristico per trovare un luogo più consono alle sue esigenze.


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