venerdì 17 luglio 2026
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Cinque miti del mare che vivono sulle coste italiane

Cinque miti del mare tra venti, promontori e marinai: dal Maestrale a Palinuro, passando per Bora, Capo Vaticano e il Fuoco di Sant’Elmo.

Ogni tratto di costa, in Italia, ha una leggenda che lo racconta
Ogni tratto di costa, in Italia, ha una leggenda che lo racconta
Gais Gais Gais
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Venti che nascono da amori spezzati, promontori dove i marinai cercavano risposte prima di salpare, luci misteriose sugli alberi delle navi e timonieri condannati a vagare senza sepoltura. Lungo le coste italiane il mare conserva racconti nei quali realtà, letteratura e tradizione popolare si sovrappongono. Non sono soltanto storie fantastiche: spesso servivano a dare un nome a ciò che spaventava i naviganti o a spiegare fenomeni che la scienza non aveva ancora interpretato.

Il Maestrale, Capo Vaticano e la Bora: quando i luoghi diventano leggenda

Il Maestrale, il vento maestro del Mediterraneo

In diverse leggende si narra che il nome Maestrale derivi da Magistra Mundi, ovvero Roma, la maestra del mondo. Il Maestrale spira da nord-ovest, che è la posizione in cui si trova Roma guardando il mondo dal centro del Mediterraneo, dove si colloca idealmente il punto dal quale si immagina di osservare i venti. Quindi il Maestrale sarebbe il vento della città maestra, la più importante di tutte: Roma.

Un'altra interpretazione, più prosaica, vuole invece il Maestrale come vento maestro, ovvero vento principale, denominazione giustificata dal fatto che sia il vento dominante nel Mediterraneo.

Capo Vaticano e l'oracolo dei naviganti

Il nome di Capo Vaticano, in Calabria, non deriva dalla Città del Vaticano e non ha un rapporto diretto con il papato. Viene tradizionalmente ricondotto al latino vaticinium, parola che significa profezia, predizione o responso di un oracolo.

Secondo la leggenda, sul promontorio viveva un oracolo al quale si rivolgevano i naviganti prima di proseguire verso lo Stretto di Messina. Davanti a loro c'era un tratto di mare segnato da correnti, vortici e improvvisi cambiamenti delle condizioni, lo stesso che il mito greco aveva popolato con Scilla e Cariddi.

I marinai avrebbero interrogato l'oracolo per sapere se il viaggio sarebbe stato favorevole.

La Bora e l'amore perduto di Tergesteo

A Trieste la Bora non è soltanto un vento. Nella tradizione popolare è una giovane inquieta, figlia di Eolo e vento essa stessa.

La leggenda racconta che Bora entrò in una grotta del Carso e vi incontrò Tergesteo, un giovane eroe che tornava dall'impresa del Vello d'oro. I due si innamorarono e rimasero nascosti nella grotta per alcuni giorni. Quando il padre di Bora li trovò, si infuriò per l'amore della figlia verso un comune mortale e uccise Tergesteo scagliandolo contro le pareti della grotta.

Bora pianse disperatamente. Le sue lacrime si trasformarono nelle pietre del Carso, mentre il sangue del giovane colorò di rosso lo scotano, l'arbusto che in autunno accende l'altopiano triestino. Da allora il vento di Bora tornerebbe periodicamente sulla città, gridando il dolore per l'amato perduto.

La leggenda racconta anche che da questo episodio nacque la città di Trieste, così chiamata in onore di Tergesteo. In realtà il nome antico della città era già Tergeste o Tergestum. Probabilmente la somiglianza tra i due nomi e il desiderio di legare l'origine della città al suo vento più famoso hanno contribuito alla nascita di questa parte del racconto.

Il Fuoco di Sant'Elmo e Palinuro, i racconti che accompagnavano i naviganti

Il Fuoco di Sant'Elmo sugli alberi delle navi

Durante i temporali, quando il cielo si chiudeva sopra la nave e il vento piegava le vele, poteva accadere che una luce azzurra o violacea apparisse sulla cima degli alberi, sulle antenne o lungo gli orli delle vele. Sembrava una piccola fiamma sospesa nel buio, ma non bruciava il legno e non consumava le cime.

Per i marinai medievali quel bagliore era un segno. Credevano che sant'Erasmo di Formia, chiamato anche Sant'Elmo e venerato come protettore dei naviganti, fosse salito simbolicamente a bordo. La sua luce annunciava una presenza amica nel cuore della burrasca e veniva accolta come la promessa che la nave non fosse sola e che la tempesta potesse presto allontanarsi.

Oggi sappiamo che il Fuoco di Sant'Elmo è un fenomeno elettrico: una scarica luminosa prodotta da un forte campo atmosferico, che tende a concentrarsi attorno alle estremità appuntite della nave durante i temporali.

Palinuro, il timoniere che non lasciò il suo posto

Palinuro era il timoniere di Enea, l'uomo al quale Virgilio affidò la guida della flotta troiana verso le coste italiane. Nell'Eneide il dio Sonno cercò di convincerlo ad abbandonare per qualche ora il timone, ma Palinuro rifiutò. Anche con il mare calmo, non voleva lasciare la nave senza una guida.

Il dio lo fece allora addormentare e lo precipitò in acqua insieme a una parte del timone. Palinuro resistette per tre giorni tra le onde e riuscì a raggiungere la costa. Qui, però, venne ucciso dagli abitanti del luogo e il suo corpo rimase senza sepoltura.

Nel regno dei morti la sua anima incontrò Enea e gli chiese di ritrovare il corpo, perché chi non aveva una tomba non poteva attraversare lo Stige e raggiungere la pace. La Sibilla gli annunciò che non sarebbe stato dimenticato: gli abitanti avrebbero dedicato al suo nome il promontorio affacciato sul Tirreno.

Capo Palinuro, nel Cilento, conserva così il ricordo del timoniere che non volle abbandonare il proprio posto. Un uomo rimasto sospeso tra il dovere e il destino, come tanti marinai dei quali il mare ha trattenuto il corpo lasciando a terra soltanto il nome.

Come queste, in mare le leggende sono migliaia. Ogni luogo e ogni manifestazione naturale hanno dato origine a racconti tramandati nei secoli. Nell'antichità erano un modo per spiegare, e in qualche maniera esorcizzare, tutto ciò che in mare faceva paura e che ancora non si conosceva.

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