mercoledì 17 giugno 2026
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Eric Tabarly, il campione che cambiò la vela francese

Eric Tabarly morì nel Mare d’Irlanda cadendo da Pen Duick. Il racconto del campione francese tra mito, rischio, coraggio e ombre

Eric Tabarly
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Eric Tabarly, il mare come destino: il campione che fece sognare la Francia e non seppe mai allontanarsi dal rischio.

È successo nella notte tra il 12 e il 13 giugno 1998, nel Mare d’Irlanda, al largo delle coste del Galles. Eric Tabarly era a bordo di Pen Duick, il cutter aurico del 1898 con cui aveva scoperto la vela da ragazzo. Non stava navigando da solo: con lui c’erano quattro persone, amici e membri dell’equipaggio, impegnati in un trasferimento verso la Scozia per partecipare a un raduno di barche disegnate da William Fife.

Quella notte Tabarly non era in regata. Non stava inseguendo un record, né affrontando una delle grandi prove oceaniche che avevano costruito la sua leggenda. Stava portando verso nord la barca del cuore, Pen Duick, appena celebrata per i suoi cento anni. Era una navigazione di trasferimento, ma anche un ritorno alle origini: la barca antica, il legno, il cutter basso sull’acqua, la vela classica. Proprio lì, su quel ponte, il mare gli presentò il conto più duro.

Durante la notte il vento era aumentato e il mare era diventato difficile. Pen Duick navigava con onda formata, pioggia e condizioni difficili in coperta. L’equipaggio stava riducendo la randa per sostituirla con una vela da tempesta. In quella manovra, delicata su una barca con armo aurico, il picco della randa oscillò violentemente e colpì Tabarly al petto. Il colpo lo scaraventò fuori bordo. Non indossava il giubbotto di salvataggio, non era assicurato con una cintura e non aveva dispositivi personali per essere localizzato nel buio.

L’equipaggio reagì subito. Furono lanciati salvagenti e razzi rossi, ma Pen Duick era lontana dalla costa, circa 35 miglia al largo del Galles sud-occidentale e circa 80 miglia a nord di Land’s End. Il VHF portatile non riusciva a raggiungere i soccorsi e la barca, con un motore piccolo e poco adatto a risalire vento e mare, impiegò ore per tornare nella zona della caduta. Per chi era rimasto a bordo furono ore di impotenza e shock: sapevano di doverlo cercare, ma la barca stessa rendeva ogni manovra lenta e difficile.

All’alba Pen Duick incontrò il maxi yacht Longobarda, che riuscì ad avvisare la guardia costiera di Milford Haven. A quel punto partirono le ricerche ufficiali. Furono impiegati una scialuppa di salvataggio, un elicottero della RAF, alcune unità in zona, un dragamine della Royal Navy e, successivamente, anche un aereo francese. Le ricerche coprirono un’area molto ampia e andarono avanti fino alla sera del 13 giugno. Vennero sospese circa ventidue ore dopo l’incidente. Il corpo di Tabarly fu ritrovato soltanto settimane più tardi, il 20 luglio, da un peschereccio nel Mare d’Irlanda.

La sua morte ebbe qualcosa di profondamente coerente e crudele. Tabarly non scomparve su una barca moderna, circondato dagli strumenti della vela oceanica contemporanea, ma su Pen Duick, la barca che aveva salvato quando sembrava ormai perduta. Era il suo legame più intimo con il mare, il punto da cui tutto era cominciato. Aveva comprato quella barca quasi da relitto, l’aveva restaurata, l’aveva riportata in acqua e l’aveva trasformata in una parte della sua identità.

Tabarly era diventato un simbolo nel 1964, quando vinse la OSTAR, la transatlantica in solitario da Plymouth a Newport, con Pen Duick II. Aveva 32 anni, era ufficiale della Marina francese e quella vittoria cambiò il rapporto della Francia con la vela oceanica. Non fu soltanto un successo sportivo: fu l’inizio di una cultura nazionale della regata d’altura. Dopo di lui, la vela oceanica francese non fu più la stessa.

Il lato luminoso di Tabarly sta proprio qui. Ha aperto una strada. Ha mostrato che la vela poteva essere progetto, ricerca, conoscenza tecnica e capacità di spingersi oltre i modelli esistenti. La serie dei Pen Duick non fu solo una sequenza di barche celebri, ma un laboratorio: alluminio, multiscafi, soluzioni leggere, scafi pensati per correre e non soltanto per resistere. Molti velisti francesi sono cresciuti con la sua immagine: il marinaio asciutto, concentrato sulla barca più che sulle parole, poco interessato alla retorica e molto alla sostanza.

Ma il mito di Tabarly ha anche un lato più duro. Non era un personaggio facile, né accomodante. La sua forza era la stessa che poteva diventare limite: una determinazione assoluta, una fedeltà quasi fisica alla barca, un rapporto con il rischio che oggi appare difficile da separare dal fascino della sua figura. Era capace di continuare quando altri si sarebbero fermati, di lavorare sul ponte senza protezioni, di considerare la sicurezza personale una questione secondaria rispetto alla manovra e alla barca.

C’è una frase che pesa molto nella lettura del personaggio. Nel 1976 il quotidiano francese Le Monde gli attribuì parole durissime: “Un homme qui tombe à la mer, c’est qu’il n’avait pas sa place à bord!”, cioè “Un uomo che cade in mare è perché non aveva il suo posto a bordo”. Detta da un uomo di terra sarebbe sembrata solo cinica. Detta da Tabarly raccontava invece una cultura del mare estrema, severa, quasi spietata. Una cultura in cui l’errore non veniva perdonato facilmente e in cui il marinaio doveva essere parte della barca, sempre, anche quando il mare diventava ostile.

È una frase che oggi suona difficile da accettare. La caduta in mare non è una colpa morale, ma un’emergenza. La sicurezza moderna ha cambiato il modo di vedere il rischio: giubbotti, jackline, cinture, luci personali, AIS MOB, procedure di recupero, formazione dell’equipaggio. Tutto ciò che allora poteva sembrare superfluo oggi è parte essenziale della navigazione. La morte di Tabarly, proprio per il modo in cui avvenne, rende questa contraddizione ancora più forte.

Nella sua carriera non mancarono errori, rotture e scelte discusse. Pen Duick VI disalberò due volte nella Whitbread 1973-74, la regata per cui era stata progettata. Più tardi, la stessa barca fu al centro di polemiche per l’uso di una chiglia in uranio impoverito. Tabarly non fu soltanto l’uomo delle intuizioni giuste: fu anche un navigatore e sperimentatore disposto a spingersi oltre il margine del consenso, talvolta oltre il margine della prudenza.

Questo non diminuisce la sua grandezza. La rende più umana. Tabarly non apparteneva alla categoria dei campioni facili da raccontare senza ombre. Era geniale, severo, riservato, a volte spigoloso. Poteva affascinare e mettere distanza nello stesso momento. Poteva sembrare freddo, ma aveva un rapporto quasi sentimentale con le sue barche. Poteva apparire imprudente, ma dietro molte sue scelte c’erano esperienza, studio e una conoscenza profonda dell’oceano.

La notte in cui cadde da Pen Duick resta una delle pagine più dolorose della storia della vela. Non solo perché morì un campione, ma perché morì dentro il legame più antico della sua vita: quello con la barca che aveva conosciuto da bambino, che aveva salvato dall’abbandono e che aveva continuato a portare in mare anche quando avrebbe potuto limitarsi a essere una leggenda vivente.

Eric Tabarly lasciò alla vela francese qualcosa che va oltre le vittorie. Lasciò un modo di pensare la barca come progetto, la regata come prova di carattere, l’oceano come luogo in cui tecnica e solitudine si incontrano. Ma lasciò anche una domanda meno comoda: fino a che punto il coraggio resta coraggio, e quando comincia a diventare ostinazione? È forse in questa contraddizione che il suo ricordo resta così forte. Tabarly non fu un santo del mare. Fu un uomo che al mare diede tutto, anche la parte più fragile di sé.

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