
L’Hydroptère sta per tornare in mare. Il trimarano volante nato dalle intuizioni di ...ric Tabarly e sviluppato per anni da Alain Thébault è stato presentato il 27 agosto a Nantes dopo un lungo lavoro di recupero e restauro. La prossima tappa è la rimessa in acqua, prevista per settembre, ma l’obiettivo del progetto va oltre: riportare la barca a navigare e, se tutto funzionerà come previsto, farla tornare sui suoi foil.
È una seconda vita che pochi anni fa sembrava difficile immaginare. L’Hydroptère era stato abbandonato alle Hawaii, dove era rimasto dal 2015 al 2019. Recuperato e acquistato da un gruppo guidato da Gabriel Terrasse, è stato smontato, trasportato in Francia e ricostruito a Nantes.
Il lavoro è durato diversi anni e ha richiesto circa 10.000 ore. Ora la barca è nuovamente completa e la sua apparizione nel grande hangar di Chantenay ha mostrato qualcosa che, nonostante abbia più di trent’anni, appare ancora sorprendentemente moderno.
L’idea di far volare una grande barca a vela
Quando nacque il progetto dell’Hydroptère, parlare di una grande barca a vela capace di sollevarsi dall’acqua significava entrare in un territorio quasi sperimentale.
L’intuizione iniziale viene fatta risalire a ...ric Tabarly, che già molti anni prima aveva lavorato sull’idea di ridurre la resistenza dello scafo utilizzando superfici immerse capaci di generare portanza. Alain Thébault trasformò quelle intuizioni in un progetto concreto, lavorando per anni allo sviluppo di un trimarano capace di utilizzare i foil per sollevare progressivamente gli scafi dall’acqua con l’aumentare della velocità.
L’Hydroptère venne varato nel 1994.
Il principio era quello che oggi conosciamo bene. A bassa velocità la barca naviga appoggiata sull’acqua. Accelerando, i foil generano una portanza crescente e sollevano la piattaforma, riducendo drasticamente la superficie bagnata e quindi la resistenza.
Oggi vedere una barca che vola sull’acqua non sorprende più come allora. L’America’s Cup ha trasformato i foil in uno degli elementi centrali della competizione, gli Ultim attraversano gli oceani sollevati sulle appendici e la tecnologia è arrivata fino a derive e piccole barche sportive.
Negli anni Novanta lo scenario era completamente diverso.
L’Hydroptère era un laboratorio navigante nel quale bisognava capire non soltanto come generare portanza, ma come controllare una piattaforma di grandi dimensioni lanciata a velocità che fino a quel momento appartenevano a imbarcazioni molto diverse.
Quando l’Hydroptère superò i 50 nodi
Dopo anni di sviluppo, incidenti, modifiche e tentativi, arrivarono i risultati.
Nel 2009 l’Hydroptère superò la barriera dei 50 nodi a vela e stabilì il record mondiale di velocità sul miglio nautico con una media superiore a 50 nodi.
Per una barca di quelle dimensioni era un risultato che dimostrava concretamente quanto la riduzione della resistenza idrodinamica potesse cambiare le prestazioni di un veliero.
Ma il valore dell’Hydroptère non è soltanto nei record.

Molte delle questioni affrontate durante il suo sviluppo sono diventate centrali nella progettazione delle moderne barche foiling: geometria delle appendici, controllo dell’assetto, stabilità alle alte velocità, carichi strutturali e comportamento della barca nel passaggio dalla navigazione dislocante al volo.
L’Hydroptère appartiene a una generazione precedente agli AC72 che nel 2013 cambiarono l’immagine dell’America’s Cup e molto precedente agli attuali AC75. Quando quelle barche iniziarono a volare davanti a milioni di spettatori, il trimarano francese lavorava sui foil già da quasi vent’anni.
Dalle Hawaii a Nantes
La storia dell’Hydroptère, però, non è stata una progressione continua.
Dopo i record arrivò il progetto di attraversare il Pacifico da Los Angeles a Honolulu. Nel 2015 la barca si trovava alle Hawaii quando problemi finanziari impedirono di continuare il programma.
Il trimarano rimase fermo e progressivamente abbandonato in una marina hawaiana. Per una barca sperimentale costruita con componenti specifici e sottoposta per anni a carichi estremamente elevati, il deterioramento rappresentava un problema particolarmente serio.
Nel 2019 Gabriel Terrasse e il gruppo che avrebbe dato vita al progetto Hydroptère 2.0 decisero di recuperarlo.
La barca venne acquistata, smontata e riportata in Francia in container. Da lì iniziò un lavoro che non poteva limitarsi a una normale operazione estetica di refitting. Bisognava ricostruire e controllare una macchina progettata per navigare a velocità superiori ai 50 nodi.
Dopo anni di interventi, il 27 agosto 2026 l’Hydroptère restaurato è stato finalmente mostrato al pubblico a Nantes.
Ora arriva probabilmente la fase più delicata.
Rimettere una barca in acqua è una cosa. Far tornare a volare una piattaforma sperimentale progettata più di trent’anni fa è molto diverso.
Gli impianti, le strutture, i foil e tutti i sistemi dovranno essere verificati progressivamente prima di poter pensare di riportare il trimarano alle velocità che lo hanno reso famoso.
La rimessa in acqua è prevista a settembre. Successivamente il progetto prevede di portare l’Hydroptère verso Lorient, che dovrebbe diventare il suo nuovo porto di riferimento.
Se riuscirà veramente a tornare sui foil, sarà interessante osservare l’Hydroptère navigare accanto alle barche moderne.
Non tanto per stabilire quale sia più veloce. Trent’anni di evoluzione progettuale renderebbero il confronto poco significativo.
Ma per ricordare che molte delle barche che oggi vediamo volare sull’acqua sono arrivate dopo che qualcuno aveva già provato a capire se una grande barca a vela potesse smettere di navigare nell’acqua e cominciare a navigare sopra di essa.
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