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L’affondamento del Francesco Padre fu un atto di guerra

Il Francesco Padre nel 1994 fu vittima dell’Operazione Sharp Guard

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Bari – Nel 1994 un peschereccio, il Francesco Padre, esplose in mare e morirono cinque persone. Si pensò che la barca trasportasse armi e esplosivi verso la ex Jugoslavia allora coinvolta nella guerra dei Balcani, e che il materiale fosse esploso accidentalmente.

Oggi, riportati in superficie diversi reperti dalla profondità di 250 metri dove giace il relitto, si avvalora l’ipotesi degli avvocati delle famiglie che vogliono il Francesco Padre, vittima di un errore delle forze Nato.

In quel periodo era in corso l’operazione Sharp Guard portata avanti dalle forze Nato in risposta ai massacri perpetrati dalla Serbia. C’era il blocco navale intorno alle coste Dalmate perché la Nato temeva che i Serbi potessero contrabbandare armi con le barche più disparate tra le quali vele e pescherecci.

Per questo, probabilmente, il 4 novembre del 1994, 18 anni fa, le forze Nato sparano contro il Francesco Padre facendolo saltare per aria e uccidendo l’intero equipaggio. La tesi sembra essere avvalorata dalle perizie compiute sui reperti portati in superficie che smentiscono le indagini dei Ris. A rappresentare le famiglie delle vittime, il team di avvocati Persico, Amenduni, Ghiro e D'Astici, gli stessi che si interessarono dell’abbattimento dell’Atr 72 mentre volava tra Barie Djerba, otto anni fa.

La teoria degli avvocati, avvalorata dalle prove recuperate, è che prima di essere fatto saltare in aria con un missile o un razzo, il peschereccio sia stato oggetto di un vero e proprio attacco armato. Dalle prove emerge che il peschereccio è stato colpito da proiettibili “full metal jacket” da una distanza non inferiore ai 500 metri con un calibro compreso tra i 12,7 e 14,5 mm. Si tratterebbe, per gli esperti balistici, di proiettili in dotazione agli apparati militari che erano operativi in quella zona in quei giorni.




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