giovedì 2 luglio 2026
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Reti fantasma, i volontari che liberano il mare

Sub e volontari recuperano reti fantasma dai fondali: un lavoro difficile che salva animali marini e habitat sommersi.

Migliaia di tonnellate di reti vengono abbandonate ogni anno in mare con danni molto rilevanti per l'ambiente e la fauna. In tutto il mondo centinaia di volontari cercano di contenere il fenomeno
Migliaia di tonnellate di reti vengono abbandonate ogni anno in mare con danni molto rilevanti per l'ambiente e la fauna. In tutto il mondo centinaia di volontari cercano di contenere il fenomeno
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Ci sono reti che continuano a pescare anche quando nessuno le controlla più. Restano sui fondali, impigliate tra le rocce, avvolte ai relitti o adagiate sulle praterie di posidonia. Sono le reti fantasma, attrezzi da pesca persi o abbandonati che possono intrappolare pesci, tartarughe, crostacei e mammiferi marini per anni.

A recuperarle sono spesso volontari, subacquei esperti, associazioni ambientaliste, diving center e, in alcuni casi, pescatori che collaborano alle operazioni. È un lavoro poco visibile, ma molto concreto. Prima si individua la rete, poi si valuta come intervenire. Sott’acqua non si può improvvisare: una rete può essere pesante, tagliente, tesa dalla corrente o agganciata a rocce e relitti. Tagliarla male può danneggiare il fondale, tirarla troppo può strappare organismi vivi.

Una trappola nascosta sotto la superficie

Il problema ha dimensioni grandi. Secondo la FAO, ogni anno circa 640.000 tonnellate di attrezzi da pesca vengono perse o abbandonate negli oceani. Il fenomeno riguarda anche il Mediterraneo, dove le reti, le lenze e le nasse disperse continuano a catturare animali e a degradarsi lentamente in plastica.

Nel 2024, nell’Area Marina Protetta di Portofino, il WWF ha censito 91 attrezzi abbandonati in soli 350 metri lineari di costa, a una profondità media di 40 metri. Su quella porzione di fondale sono stati contati oltre 950 organismi coinvolti. Proiettando il dato sui 7 chilometri di costa dell’area, la stima sale a oltre 1.800 attrezzi abbandonati e più di 18.000 organismi impattati.

Il lavoro dei volontari

Le operazioni di recupero iniziano quasi sempre da una segnalazione. Può arrivare da un sub, da un pescatore, da un diportista o da chi conosce bene una zona di mare. Sea Shepherd Italia, con la campagna Ghostnet, ha creato un sistema per raccogliere segnalazioni e localizzare gli attrezzi abbandonati nel Mediterraneo. Healthy Seas lavora con i volontari di Ghost Diving per rimuovere reti dai fondali e, quando possibile, avviarle al riciclo.

Una volta sott’acqua, i sub procedono lentamente. Tagliano le parti più pericolose, liberano gli animali ancora intrappolati quando è possibile, separano la rete dal fondale e usano palloni di sollevamento per riportarla in superficie. In barca il materiale viene raccolto, selezionato e portato a terra. Non tutto può essere recuperato o riciclato, ma ogni intervento interrompe una catena di catture invisibili.

Una responsabilità di chi va per mare

Per chi naviga, questa è una storia vicina. Le reti fantasma non si vedono dalla superficie, ma sono parte del mare che attraversiamo. Una segnalazione precisa può permettere a chi ha competenze e autorizzazioni di intervenire. Non serve fare gli eroi, serve sapere cosa si è visto, dove si trova e comunicarlo a chi può operare in sicurezza.

Il valore di questi recuperi non si misura solo nei chili di rete portati a terra. Ogni tratto di fondale liberato smette di essere una trappola. Ogni rete rimossa restituisce spazio alla vita marina. È un lavoro lento, tecnico, spesso faticoso, fatto da persone che scendono dove il problema non si vede e riportano a galla una parte della nostra impronta sul mare.

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