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C’è l’ancoraggio errato di una nave dietro il disastro ambientale in California?

Si ipotizza che il disastro ambientale in California si sia verificato a causa di un ancoraggio errato da parte di una nave. Sono circa 500.000 i chili di petrolio finiti in mare.

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Qualche giorno fa vi avevamo parlato del disastro ambientale in corso in California dove si è registrato un enorme sversamento di greggio in mare, non lontano dalle spiagge di Los Angeles.

Adesso è arrivato il momento della conta dei danni, a breve e lungo termine, e dell’analisi delle possibili cause.

Il paesaggio lungo le spiagge che un tempo venivano frequentate dai surfisti è lugubre: moria di pesci in superficie o spiaggiati, uccelli anneriti e uno spesso strato di greggio che si è depositato sulla battigia e non solo. La stima finale della perdita è di circa 500.000 kg di petrolio, che si sono estesi per un’area di oltre 4 mila metri quadrati, anche se il perimetro reale dell’impatto inquinante potrebbe essere molto più ampio.

La fuoriuscita è stata individuata a poco più di 3 miglia dalla costa e si iniziano a fare le prime ipotesi: potrebbe essere stata causata dall’ancora di una nave.

In questa zona, non lontano dal porto di Los Angeles-Long Beach, transitano moltissime navi che spesso restano in rada all’ancora, in attesa del loro turno per scaricare la merce in porto. Una di queste potrebbe avere ancorato in un punto sbagliato, finendo per danneggiare la conduttura dell’oleodotto dalla quale si è originata la gigantesca perdita di petrolio.

Si potrebbe trattare della Platform Elly, di proprietà della multinazionale Beta e della società madre Amplify Energy. Il nucleo operativo della piattaforma è a 8 miglia dalla costa, ma evidentemente l’oleodotto si estende anche molto più vicino. La compagnia non è nuova a problemi di questo tipo, pare che la società sia stata citata molte volte negli ultimi 30 anni per violazioni ambientali.

In questo tratto di mare è in corso da tempo un vero e proprio braccio di ferro tra società civile, politica e le compagnie petrolifere. A queste viene chiesto di innalzare i livelli di sicurezza, installando valvole che interrompano il flusso di petrolio alla minima perdita, ma a quanto pare non tutte le compagnie si sono dichiarate disposte a farlo dato i costi ingenti di simili interventi.

A pagarne il prezzo più alto però, ancora una volta, è il mare, il più grande ecosistema del nostro pianeta.

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