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La vela oceanica deve riflettere sull’affidabilità delle barche

I tentativi di record di Sodebo e Gitana sono falliti, i nuovi Imoca foiler arrancano al Vendée Globe, la vela oceanica adesso deve riflettere sull’affidabilità delle barche

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Vendée Globe, Trofeo Jules Verne, foil, barche sempre più veloci ed estreme: la vela sportiva oceanica sta vivendo in queste settimane uno snodo cruciale del suo sviluppo e si sta giocando un pezzo del suo futuro. Contemporaneamente i mega trimarani Sodebo e Gitana, mostri volanti di oltre 30 metri, e gli Imoca foiler del giro del mondo, stanno provando a circumnavigare il globo nel minor tempo possibile.

La realtà è che nessuno ci sta riuscendo e la vela oceanica adesso deve riflettere sull’affidabilità delle barche.

Sodebo e Gitana hanno dovuto abbandonare il loro tentativo di record per una serie di problemi tecnici, mentre i nuovi Imoca sono indietro di circa 6 giorni rispetto al riferimento del 2016.
Mai come in queste settimane sembra che lo sviluppo imboccato dalla vela oceanica stia percorrendo una strada molto incerta.

I nuovi Imoca 60 si stanno rivelando decisamente fragili nelle condizioni di stress sul lungo periodo che una regata in stile Vendée Globe impone. Le avarie a Hugo Boss, Charal, Corum, Arkea Paprec, tutte barche di ultima generazione, sono decisamente un campanello d’allarme per progettisti e velisti.

Da questo punto di vista fanno più notizia i problemi dei nuovi Imoca, rispetto a quelli di Sodebo e Gitana, essendo i primi concepiti per una regata in solitaria. Ma il problema alla fine è comune, i foiler, siano essi dei monoscafi o dei multiscafi, stanno dimostrando alcune criticità importanti a cominciare dal fatto più banale: gli oceani sono pieni di immondizia e avere delle appendici che aumentano i bagli delle imbarcazioni espone i velisti al rischio sempre più concreto di collisioni potenzialmente devastanti con gli oggetti vaganti.

Se a ciò aggiungiamo che gli Imoca, e anche i mega trimarani del Jules Verne, hanno mostrato fragilità anche sotto altri aspetti, ecco che arriviamo a un interrogativo di fondo: si è “rotto” qualcosa nel rapporto tra performance e affidabilità nei mezzi che tentano queste simili imprese?

Probabilmente non esiste una sola risposta a questa domanda e il rapporto tra velocità e sicurezza è stato sempre un confine molto labile in questo tipo di sfide. La percentuale di avarie del Vendée Globe 2020 non è per altro superiore a quella di altre edizioni e sui sei giorni di ritardo rispetto al tempo di Armel Le Cleac’h del 2016 incidono molto anche le condizioni meteo che in quest’edizione sono state meno favorevoli soprattutto nel sud Atlantico.

Un dato è chiaro: i nuovi foiler fanno fatica ad andare forte quando le condizioni diventano dure, diciamo sopra i 30 nodi di vento e con onda sopra i 4 metri. In situazioni simili le medie scendono anche sotto le 400 miglia di percorrenza nelle 24 ore, questo è un dato incontrovertibile, e nel 2016 invece ciò non accadeva.

Basta vedere uno skipper come Yannick Bestaven, con un foiler di penultima generazione, stia riuscendo a recuperare notevolmente in queste condizioni “muscolari”. Di contro in condizioni di vento medio barche come Apivia o Linkedout sono dei veri e propri aeroplani.

Se i foiler hanno dato spettacolo in regate come la Transat Jacques Vabre, tutta corsa a cavallo degli Alisei, dove effettivamente hanno scavato un solco importante tra loro e i vecchi Imoca, lo stesso non si può dire di ciò che sta accadendo nel Southern Ocean.

Probabilmente nei migliori studi di progettazione al mondo, VPLP, Verdier, Juan K, ingegneri, strutturisti e tecnici stanno cercando di capire se qualcosa è andato storto e come in futuro si potrà correggere.

Per fare un bilancio definitivo occorrerà aspettare la fine del Vendée Globe. Una cosa però è certa: almeno in questo 2020 il mondo, sia per i trimarani del Jules Verne che per gli Imoca del Vendée Globe, non sembra avere voglia di “rimpicciolirsi”.

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